Calo della libido? Lavori troppo!

Mafalda_bastaHo appena letto un articolo che riporta una interessante statistica statunitense: le donne fanno girare il mondo, in particolare le mamme. Conti alla mano, tra il lavoro fuori casa e quello dedicato alla famiglia, si arriva a 98 ore a settimana. Una pazzia. Dove la trovano tutta quella energia? Le donne sono esseri speciali ed è per questo che da sempre l’altra metà del mondo ne trae enorme vantaggio economico: si svegliano prima e vanno a dormire per ultime in famiglia, lavorando circa 14 ore al giorno! E si sentono stanche. Stanchissime.

Le nostre statistiche sono identiche. In più c’è l’aggravante: le donne guadagnano in media circa il 20% in meno degli uomini, e non fanno carriera. Ti spacchi la schiena per far girare il mondo e questo è il risultato. Sconfortante.

Proviamo a guardare il problema da una diversa angolazione. Uno dei motivi (non l’unico) per cui le donne non fanno carriera e guadagnano meno degli uomini dipende dalla quasi totale latitanza dei loro compagni nella partecipazione alle attività domestiche: la gestione della casa, l’accudimento dei figli e dei genitori anziani è un poderoso carico di lavoro posato tutto sulla schiena delle donne, secondo una presunta predestinazione biologica. Ma la divisione del lavoro secondo un carattere sessuale è ampiamente superata dai fatti, lo sappiamo bene che le donne sanno fare qualunque cosa. Ma tant’è la tradizione che casa e bambini sia un lavoro da donne non accenna a tramontare.

Come la storia di migliaia di anni insegna, nessuno fa un lavoro spiacevole se può costringere altre persone a farlo per lui: “In questo sistema le donne forniscono una quantità di lavoro assolutamente sproporzionata. Il sovrappiù di lavoro delle donne dà agli uomini la possibilità di accumulare risorse e si arriva alla concentrazione pressoché assoluta delle ricchezze in mano maschile […]. E questo sovrappiù di lavoro è stato ed è tutt’ora condizione per gli uomini di accesso a un surplus di tempo libero, tempo determinante per la conoscenza e la creazione” (Le dita tagliate, Paola Tabet, Ediesse 2014).

La soluzione sarebbe che gli uomini si prendessero in carico un effettivo 50% degli impegni casalinghi e familiari, usufruendo di tutte le normative che agevolano il lavoratore in tal senso, così le donne potrebbero permettersi un maggiore impegno lavorativo e percorsi professionali più gratificanti. Oppure ritagliarsi spazi per la propria crescita in altri ambiti. Al di fuori della gestazione, del parto e dell’allattamento, gli uomini sono altrettanto abili a prendersi cura dei figli; per le attività domestiche, gli uomini sono parimenti capaci di condurre una casa, lavare, stirare, fare la spesa, cucinare, ecc.: non sono richiesti specifici attributi biologici o attitudinali, ma si sa, sono lavori non retribuiti e per niente gratificanti per cui si capisce perfettamente l’avversione.

Se gli uomini si prendessero in carico quel 50%, avrebbero inizialmente il problema di convincere le donne a togliersi dalla schiena quel fardello, perché dopo migliaia di anni quel peso si è inglobato nei loro corpi ed è diventato come la gobba di un dromedario: togliendolo, le donne sentirebbero dapprima sollievo e poi apprensione e senso di colpa, perché sono le prime ad essere convinte che quel lavoro spetti interamente a loro per natura. Ma presto ci prenderebbero gusto e allora sarebbe una vera rivoluzione culturale che modificherebbe anche gli attuali squilibri nel mondo del lavoro. Le donne dovrebbero probabilmente solo accettare lavori domestici fatti in modo un po’ più approssimativo, poiché gli uomini spereranno in un esonero per manifesta inabilità, secondo il principio “se fai un lavoro male poi non ti chiedono di rifarlo”. Ma poi nel giro di una generazione diventerebbe normale la compartecipazione al 50% delle incombenze domestiche. E la sistemazione di questo squilibrio sociale porterebbe inevitabilmente conseguenze anche nella organizzazione di tutto il mondo del lavoro.

Betty Argenziano