Spunti per la Rivoluzione

paceHo letto un articolo che descrive la preoccupante crescita in tutto il mondo delle spese per gli armamenti. Le ottuse minacce tra Kim Jong-un e Trump, che spadroneggiano come se il Pianeta fosse una loro proprietà, sono di angosciante attualità. Noi tutti ci sentiamo impotenti e assistiamo silenziosi sperando che siano solo le sparate di due teste calde. Calde non è la parola che avevo scelto subito.

La corsa agli armamenti rileva un +8,4%, un’impennata che non si registrava dai tempi della guerra fredda. Ora vorrei provare a condurre un ragionamento spericolato sul ruolo delle donne, tentare di leggere la situazione da una prospettiva nuova, inquietante per certi aspetti e incoraggiante per altri.

I maggiori acquirenti di armi sono India, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Cina, Algeria, Turchia, Australia, Iraq, Pakistan, Vietnam, Egitto, USA, Corea del Sud, Indonesia, Taiwan. Le donne in molti di questi paesi non hanno ruoli attivi nella società, faticano ad emanciparsi, e spesso sono letteralmente oppresse da strutture patriarcali molto aggressive che relegano alla totale subalternità e obbedienza all’uomo.

Poi ci sono i paesi che vendono le armi. In ordine di fatturati abbiamo USA, Russia, Cina, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Italia, Ucraina, Israele, Olanda, Svezia, Corea del Sud, Svizzera, Canada. Mi sembra di sentirvi dire “qui però le donne sono emancipate, hanno raggiunto la parità”. Vero solo in parte. Le donne nel mondo occidentale non sono entrate nelle stanze dei bottoni, e le poche che l’hanno fatto sono donne solo biologicamente. La tragedia è che abbiamo frainteso il concetto di parità dei sessi: non avrebbe dovuto essere qualcosa che ci rendesse uguali, ma qualcosa che ci permettesse di essere noi stesse, di equilibrare maschile e femminile, di stemperare l’ossessione di dominare gli altri. Invece siamo diventate uomini, e l’unica femminilità che ci è concessa è quella fasulla dei canoni estetici imperanti, che non appartiene ai nostri corpi e che siamo costrette a interpretare con sproporzionate quantità di sofferenza, denaro e tempo.

Così penso, in modo apparentemente utopistico, che se la femminilità non fosse make-up e tacchi a spillo, seni di plastica e labbra chirurgiche, ma fosse qualcosa che non si compra, qualcosa che abbiamo dentro di noi; se la femminilità fosse proteggere la vita e l’ambiente, prendersi cura non delle proprie unghie ma di tutto ciò che è prezioso e insostituibile, allora forse le donne occidentali (quelle più libere) potrebbero iniziare ad occuparsi delle cose importanti, cominciando dalle donne oppresse, in primis quelle mutilate nei genitali, quelle segregate in casa, prive di istruzione e spesso sottonutrite. Se le donne facessero rete e fossero solidali il mondo potrebbe cambiare. Tutti gli uomini intelligenti sarebbero con noi. E nella stanza dei bottoni magari ora non ci sarebbe un tizio con la faccia tinta con l’autoabbronzante e i capelli di Maga Magó, ma una persona di buon senso. Donna o uomo.

La storia non ci ha risparmiato abbondanza di teste calde. Se superiamo anche questa, che sembra letteralmente andare a fuoco, mettiamoci al lavoro. Rivoluzione.

Betty Argenziano