Donne in libertà sessuale vigilata: slut-shaming e autolesionismo

Tiziano_-_Amor_Sacro_y_Amor_Profano_(Galería_Borghese,_Roma,_1514)
Tiziano – Amor Sacro e Amor Profano – 1514 (Galleria Borghese, Roma)

Siamo soliti pensare che in Occidente ci sia una grande libertà sessuale, anzi si può dire che mai come oggi si sia superata in lussuria persino la Pentapoli biblica di cui Sodoma e Gomorra erano parte: in questa “era iper-sessualizzata” la donna occidentale ha potuto finalmente cominciare ad esprimere la propria sessualità, repressa per migliaia di anni dalla religione e dalla morale.

Eppure qualcosa non mi torna.

Se penso agli istinti animali, è abbastanza automatico concludere che le nostre società siano organizzate per indebolire ogni componente istintuale, la vitalità del corpo e tutti i cinque sensi. Abbiamo corpi addomesticati che si muovono poco, appesantiti, spesso obesi, flaccidi, oppure fragili e anoressici. Siamo come i gatti quando li castri e li chiudi in casa: vitalità pigra, istinti assopiti, incapacità di percepire il pericolo, intuito anestetizzato. Siamo urbanizzati in modo estremo. Troppo cibo, troppi stimoli, troppe comodità. La nostra civiltà sta mortificando ogni aspetto animale innato della specie umana. Guardate i nostri muscoli atrofizzati, le nostre schiene curve e il collo a tartaruga prodotto dalla malsana simbiosi con i dispositivi elettronici, che sostituiscono progressivamente movimento e relazioni umane; guardate (se ancora ci vedete) l’aumento esponenziale della miopia in tutto il mondo: in natura un animale che non vede è un animale morto. Stiamo diventando, o meglio, siamo una generazione che non comprende più i cicli della natura, e che nelle gite fuori porta abbraccia gli alberi nel penoso tentativo di alleviare il dolore della separazione dalla propria natura animale.

L’assopimento degli istinti è funzionale al controllo: le donne lo sanno bene, è la nostra storia di migliaia di anni, femmine addomesticate e chiuse in gabbie fisiche e mentali. Sebbene ora noi si stia godendo dei benèfici effetti della rivoluzione sessuale e nonostante non sia più tabù parlare di diritto al piacere, ombre inquietanti tengono imbrigliata saldamente la Donna Selvaggia che è dentro di noi, affinché mai prenda il sopravvento. Perché rovescerebbe il mondo. A ben guardare oggi la nostra sessualità è in regime di “libertà vigilata”.

Ombra n.1. Penso in primis ad uno stereotipo di genere, quello che celebra come positiva e virile l’intensa attività sessuale maschile, e giudica invece sconveniente ogni “eccesso” femminile: l’eccesso non si definisce con facilità, una versione che pare intramontabile è quella del quadro di Tiziano Vecellio, che rappresenta ciò che è “conveniente” per la donna, una  «[…] “sessualità” (voluptas), legata alla sfera privata, e una di “castità” (pudicitia), legata alla sfera pubblica e al decoro della sposa» (Da Wikipedia). Una donna sessualmente “esuberante” fuori della sfera privata è tout court una “troia” (troia è la femmina del maiale). Il sostantivo è scelto proprio per essere disincentivante e instillare vergogna. Non esiste una parola che definisca l’esuberanza sessuale femminile senza associarla alla prostituzione o alla patologia: puttana/troia e “ninfomane”, sono utilizzate con disinvoltura per definire la pulsione naturale della donna quando “sconfina” oltre il “socialmente ammissibile”, equiparando il suo comportamento a quello del mercimonio o dell’esaltazione morbosa di impulsi sessuali. Per l’esuberanza maschile esiste il lusinghiero “Don Giovanni”, e in campo patologico c’è la “satirasi”, della quale più o meno tutti gli uomini si pregiano essere affetti. Le parole destinate agli uomini non veicolano alcuna vergogna: non v’è condanna sociale né per il maschio sessualmente esuberante, né per quello che compra sesso, e quindi neanche parole infamanti a scopo dissuasivo. Porco o maiale non hanno mai offeso nessuno, anzi probabilmente molti se ne son fatti lustro.

Si parla di “mestiere più vecchio del mondo”, quando si tratta del più antico abuso “risarcito” col denaro. Porca puttana, mai porco puttaniere. Nella questione “prostituzione”, il cliente non esiste, è senza colpa: si definisce cliente quando invece è un prostitutore, in modo che nessuna ombra lo copra. Copulare è un istinto maschile socialmente approvato, comunque si manifesti: che sia esuberante, che sia pagante, o persino che sia stuprante, perché anche nella violenza c’è qualcosa di “giustificabile”, legato all’istinto, lo si capisce bene guardando i risvolti giudiziari dei casi di stupro in tutto il mondo. In questo senso  la società consente all’uomo la libera espressione del proprio Io sessuale, anzi lo celebra nella fallocrazia.

E l’Io sessuale della donna? Da sempre in bilico tra santa e puttana. In Occidente siamo libere, sessualmente parlando, ma che non si sappia in giro se ti piace, se hai molti amanti o salti da un letto all’altro, se ti masturbi, se hai “perversioni” o gusti non convenzionali, perché c’è pronta un’etichetta con su scritto “troia”. In sostanza nulla è cambiato, la parità è del tutto immaginaria. Ma, attenzione: ti guadagnerai un bel “troia” anche se sei assertiva, se fai carriera, se ti vesti “troppo” sexy, oppure se sei semplicemente un po’ stronza, che di solito significa non sottomessa. C’è un “troia” per tutte le donne che non stanno “al loro posto”. Gli anglofoni hanno dato un nome all’arma impropria della vergogna usata contro le donne, si definisce slut-shaming, e il fenomeno esiste in tutto il mondo perché utilizzato in modo trasversale in tutte le società, senza distinzione di cultura, età, stato sociale, e purtroppo non sono solo gli uomini a farne uso. Mia nonna negli anni Venti del ‘900 prese uno schiaffo da mio nonno perché si era messa il rossetto, cosa che lui riteneva da donnaccia. Oggi per guadagnarsi uno slut-shaming può bastare un tacco, una minigonna, il trucco pesante. Per quale motivo la donna si dovrebbe vergognare di essere sessuata e l’uomo no?

IF A MAN DOES IT, HE’S A STUD BUT IF A WOMAN DOES IT, SHE’S A SLUT ovvero Se lo fa un uomo è uno stallone, ma se lo fa la donna è una troia.

Non è incredibile, la stessa identica storia in tutto il mondo? La più colossale presa per il culo delle donne dalla comparsa delle società patriarcali, e dura da migliaia di anni.

Domande. Se il maschio di una specie animale può essere sessualmente libero, celebrato, addirittura iper-attivato, e la femmina della sua specie è invece sottoposta a controlli di natura morale e/o religiosa capaci di agire sui suoi centri psichici con effetti “contenitivi”, che libertà è quella del maschio? Se i modelli sessuali che diffonde la pornografia e la cultura soft-porn esprimono sempre desideri maschili, che ne è dell’espressione femminile, dell’autostima sessuale, della soddisfazione del proprio desiderio?

Ombra n.2. L’istinto sessuale è uno dei più forti negli animali, allora chiediamoci che effetto psicologico ha sulla donna il suo forzoso “contenimento”? Comincia nella pubertà, il lavoro inibitorio che le società esercitano sulle ragazze, e lo slut-shaming è uno degli strumenti. L’inibizione sessuale è un trauma, una ferita psicologica che abbiamo sempre sottovalutato: l’Io sessuale è una parte fondante l’individuo, addomesticarlo equivale a violentarlo, colpevolizzarlo, mortificarlo. Allora penso che, per reazione a questa violenza, le donne abbiano accettato per millenni di ritenersi inferiori, sbagliate, peccatrici, e per questo abbiano accettato di sottoporre il proprio corpo a sofferenze incredibili, per espiare la propria “imperfezione congenita”, e tutte le colpe di cui sono sempre state accusate: esseri impuri, la cui sessualità si è sempre con disinvoltura associata al demonio. Peccatrici per costituzione. Capite che se una delle parti istintuali più importanti dell’individuo, è ricondotta per millenni al Male Assoluto, è una violenza psicologica inaudita, a cui si aggiunge la violenza fisica dell’inibizione dell’istinto sessuale: cinture di castità e infibulazioni, fisiche e psicologiche, sono il passato e ahimè anche il presente. Ma anche le modifiche del corpo spacciate per questioni estetiche avevano ed hanno come unico scopo ridurre la vitalità delle donne e addomesticare la loro sessualità.

L’associazione potrà sembrare azzardata: recenti studi hanno dimostrato la relazione tra abuso e comportamento autolesionistico non suicidario nelle donne, per abuso si intendono vere e proprie violenze sessuali. Ora, il controllo della sessualità femminile è una forma di oppressione e abuso che nei secoli e nei millenni ha prodotto nella donna una sorta di “autolesionismo soft”, che si realizza in tutte le dolorose modifiche del corpo a fini estetici/culturali. Modifiche per rispondere a canoni e stereotipi che nel tempo hanno sempre infierito sul corpo delle donne: vi cito gli esempi più crudeli, i busti Ottocenteschi che danneggiavano gli organi interni, i piedi di loto, lo stiramento del seno, la labioplastica, le mutilazioni genitali. È la tesi che accompagna l’elenco di tutte le torture raccontate nel libro “Alle donne piace soffrire?” e ce n’è in abbondanza anche per la donna occidentale contemporanea, che si considera più femminile quando altera il suo aspetto naturale.

È un cane che si morde la coda:

inibizione sessualità => autolesionismo => inibizione della sessualità

Ma mentre le tendenze autolesionistiche femminili conseguenti ad abusi e maltrattamenti sono patologie sottoposte a cure, la versione “soft” conseguente al controllo sessuale si chiama beauty care, (vedi post La bellezza è una allucinazione collettiva): le donne pretendono e rivendicano nelle loro “libertà” di scelta quella di danneggiare il proprio corpo per incarnare gli stereotipi di genere. Il trauma del controllo della nostra sessualità non è elaborabile, perché non ne siamo consapevoli: alle donne viene detto che è una questione ormonale, che gli uomini hanno più impulsi sessuali e le donne ne hanno meno. A me pare una clamorosa stortura volta alla conservazione di questo disequilibrio mondiale. Può essere persino che il maschio abbia più impulsi come inconscia reazione al fatto che la femmina della sua specie ne abbia “inspiegabilmente” meno.

Nel sottoporre il proprio corpo a dolorose e costose modifiche estetiche, la donna raggiunge due obiettivi: il controllo sessuale di cui è vittima è inconsciamente riconosciuto come una giusta punizione per una colpa costituzionale; in secondo luogo si presta alla costruzione di una femminilità ideale, socialmente accettata, che è  tendenzialmente contenitiva dei suoi impulsi innati. Il corpo al naturale non è considerato femminile (vedi i peli, il grasso, le protesi chirurgiche, ecc.), quindi lo si modifica (e spesso danneggia) senza troppi rimorsi, con il plauso dell’intera società che ne auspica proprio l’allontanamento dal “selvaggio” che naturalmente contiene. Un esempio per tutti: la magrezza è nemica della donna, soprattutto della sua sessualità essendo il grasso una delle sedi nella quali si depositano parte degli estrogeni; essere sotto peso è pericoloso anche per la salute, perché le carenze nutrizionali in gioventù sono una prenotazione per l’osteoporosi in vecchiaia. Eppure per essere sottili le ragazze diventano anoressiche, e le mestruazioni scompaiono.

Se «[…] l’autolesionismo può intendersi quale modalità che provvede a espellere nel corpo quei contenuti non rappresentabili», la sessualità “vigilata” a maggior ragione non è rappresentabile, perché la nostra società non ammette neanche di inibirla; sarebbe auspicabile cominciare a parlare di sessualità femminile in un modo che vada oltre la meritoria ricerca del punto G, e delle “posizioni che fanno impazzire lui”, e iniziare a pretendere l’affermazione piena della nostra libertà sessuale, oltre il giudizio squilibrato che fa del proverbio “due pesi, due misure” la sua bandiera più antica e odiosa.

Betty Argenziano

7 Comments

  1. Ciao, hai scritto un articolo molto interessante, sul tema dell’autolesionismo mi è venuto subito in mente quello che chiamano gioco e che pretende sempre che ci sia qualcuno che infligga e qualcuno che recepisca e che stia in basso, il Selvaggio dove sta? la sessualità della donna Fiera, LuxFera poi è diventata Lucifero e come dici te appunto addomesticata e quando non è riuscito nella storia del patriarcato demonizzata, stessa cosa vale per Astarte, la Dea Madre e Morte che diventa Astaroth…. ma ne potrei citare altre mille di Dee che da libere diventano canoni, ruoli, sottomesse, demonizzate e che espiano come sottolinei, il malessere dello stupro fisico e psicologico cercando il dolore che qualcuno chiama pure consenso ma che invece è frutto di una concezione verticale della società misogina.
    Poi se parli di Donna Selvaggia, mi trovi in un affinità di Sentire che non posso quantificare perché quantificarla sarebbe già darle un quadro che non intendo darle, ne svilirebbe la grandezza.
    PS: Sono sempre la Rossa Sciamana, ora ho preso un nome collettivo visto che come tutte le femministe noi siamo parte di e non parliamo solo per noi.
    Buona giornata cara 🙂

    Piace a 1 persona

    1. Grazie ti avevo riconosciuta! È sempre un piacere leggere i tuoi commenti 😊
      Penso che sino a che le donne non saranno sessualmente libere dai condizionamenti morali non faremo neanche un passo avanti nella parità e ci sentiremo sempre imperfette perché ci hanno separato dalla parte più importante che è proprio quella selvaggia. Se ci pensi davvero un capolavoro di oppressione, con estensione planetaria

      Piace a 1 persona

      1. Se la si guarda come estensione hai ragione, è un capolavoro, ci aggiungo di viltà infatti chi deve far sentire qualcuno inferiore significa che ci si sente lui stesso e si sente minacciato, ma lungi da me giustificarne il comportamento successivo a tale concezione. Come dico sempre se fossero forti ci affronterebbero quando stiamo bene invece più vado avanti e più mi imbatto in storie nelle quali le donne vengono scelte quando hanno momenti di fragilità, e se non è viltà questa….

        Piace a 1 persona

  2. Purtroppo pare che uno dei difetti più odiosi dell’umanità sia il desiderio di dominio sugli altri: è istinto? oppure cultura? In ogni caso immagino con visionarietà utopistica che un mondo diverso sia possibile, dove le persone non si comportano in modo vile, come giustamente lo definisci tu, ma con rispetto per tutti e tutto. E’ possibile, è questione di educazione, cultura, empatia, crescita. Ma ahimè non è funzionale al capitalismo, che è il modello dominante.

    Piace a 1 persona

  3. Il rispetto che dovrebbe essere una cosa naturale (basta osservare il comportamento dei gatti quando un loro simile è sul punto di morte o in difficoltà….) quando c’è una cultura del dominio viene delegato ad altro, a privilegio di un uno (maschio, bianco, di ceto alto questo è il capitalismo e questa è la misoginia infarcita anche di razzismo che solo estensione del capitalismo, la sua punta più alta, il cane da guardia si può dire visto che rientra nel binomio: controllore-controllat@) o di un gruppo su chi sta in basso o chi deve secondo gerarchie stare in basso. Questo per rispondere a se è naturale :-), non lo è affatto, sempre di forma culturale specifica si parla ma lo so che la tua domanda era retorica, lo sai quanto me infatti ;).
    Un abbraccio cara
    SR

    Piace a 1 persona

I commenti sono chiusi.