Cosa fai lì impalata?

Empalement
Disegno di Giusto Lipsio: impalamento per infissione su un palo [Wikipedia]

Femminismo, Karl Marx e il pannolone ben riempito di un bambino di 14 mesi hanno alcune cose in comune: sono attraversati da un fil rouge che si chiama pervasività del patriarcato. Il filo rosso non è una corda che si possa spezzare, o un cordone ombelicale che si possa recidere, ma è un filo di resistenza infinita, disposto solo a sfilacciarsi per rigenerarsi più robusto di prima. All’infinito, come accade nella mitologia greca. Un filo pronto ad entrare dentro di noi come un parassita, come un virus, come un sistema operativo informatico. O meglio ancora, come un palo di Vlad, l’Impalatore di Valacchia.

Nell’800 con la nascita della disciplina della psicologia cominciarono a diffondersi test e questionari sulla personalità: era un passatempo di moda in epoca vittoriana chiamato Confessione, oggi noto come Questionario di Proust, che conteneva domande da sottoporre ad amici e conoscenti utile a delinearne la personalità. Tra i personaggi noti che ne compilarono uno ci sono – come detto – Marcel Proust, Stéphane Mallarmé, Paul Cézanne, e Karl Marx: quest’ultimo alla domanda su quale caratteristica apprezzasse di più in un uomo e quale in una donna, rispose per il primo la forza, e per la seconda la debolezza. Eppure emerge anche che il difetto che detestava maggiormente fosse la servilità, e che la sua idea di infelicità era la sottomissione: è evidente che per le donne invece tutto ciò poteva andare benone, in quanto soggetti inferiori, deboli per costruzione sociale. Sarà anche stato un filosofo rivoluzionario anti capitalista, ma il suo palo del patriarcato piantato nel didietro ce lo aveva anche lui. Gli sfuggì clamorosamente che la prima lotta di classe da combattere è quella sulla diseguaglianza sociale tra uomini e donne.

Il mio amico Lorenzo ha avuto un bambino. Quando me lo mostra, pieno di orgoglio perché è un maschio, con una mano gli pinza goliardicamente il pannolone sul davanti, proprio in corrispondenza dei genitali, e ne magnifica le dimensioni: il bimbo ha solo 14 mesi, e per molti anni a venire il suo pistolino sarà solo uno strumento indispensabile alla diuresi, eppure lui è già così fiero dei genitali del figlio. Pensateci bene: si è mai visto nulla di simile per una bambina? L’adorazione della sua vagina, della sua clitoride, delle plissettature delle sue labbra? Semmai è vero il contrario. La patatina è un organo definito più come “mancante un pisellino”, che con l’orgoglio che meriterebbe la sua complessità. Non lo facciamo apposta, siamo come Karl Marx: impalati dal patriarcato. Eppure dovremmo raccontare alle bambine la ricchezza e la potenza dei loro genitali, la sacralità insieme al piacere per il quale sono concepiti, per rafforzarne l’autostima al pari dei maschi. Il “palo patriarcale” prevede invece due sole opzioni per i genitali femminili: oblio e/o denigrazione. Nessuno si sognerebbe mai di “esaltare” la sessualità di una bambina, non sia mai che poi venga su zoccola.

Con questi ingredienti (Karl Marx e il pisellino del figlio di Lorenzo) arriviamo al Femminismo fermo al palo: siamo intrisi di cultura misogina e tutti più o meno da questa impalati. Il Femminismo non fa eccezione, frammentato secondo la strategia vincente del Divide et Impera: la forza delle donne, che dovrebbe essere rivoluzionaria al punto di cambiare il mondo, perde efficacia perché non riconosce sempre il cancro e i meccanismi di rigenerazione del mostro patriarcale. Quali sono gli elementi che nutrono il mostro? La schiavitù in primis. E la schiavitù si basa sempre sulla povertà e il razzismo: il mostro patriarcale è fascista, razzista, ha il culto del superuomo (bianco e etero), e divide l’umanità in dominanti e dominati, secondo gradi di oppressione variabili .

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Illustrazione tratta dal sito Didatticarte

Dovremmo forse chiederci a quale parità aspiriamo, per definire gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli; il fraintendimento più clamoroso è quello di volere essere come gli uomini: avere pari possibilità di esercitare una qualche forma di schiavitù sugli altri non dovrebbe essere la massima aspirazione di nessuno.

Il Femminismo Radicale è contrario all’utero in affitto e alla prostituzione; altre Femministe ritengono che la vendita di un figlio o lo stupro dietro compenso possa essere una libera scelta. Talune condannano l’obbligo di alcune religioni di coprire il corpo femminile, altre lo sostengono come una forma di autodeterminazione. Alcune non ravvisano alcuna controindicazione nella iper-sessualizzazione dell’immagine delle donne e delle bambine, altre la demonizzano. Alcune non vedono come certi vestiti e accessori femminili siano concepiti per indebolire il corpo delle donne, altre rivendicano la femminilità stereotipata come una libera espressione. Non troveremo mai un accordo, né con le altre né con noi stesse: lacerate dalle contraddizioni. Questo è il più grande successo del patriarcato, lasciare il Femminismo fermo al palo, incapace di coagularsi attorno ad un’idea più grande di qualunque personalismo gerarchico. Un Femminismo sino ad ora incapace di bloccare le capacità rigenerative del mostro. Oggi perciò il Femminismo è un cane che si morde la coda: vogliamo la parità, vogliamo essere come gli uomini, pari diritti, pari possibilità. Ma è un’illusione, altrimenti non ci sarebbero donne che volano dalla finestra o da un cavalcavia, donne stuprate, donne umiliate e sfruttate, donne colpevolizzate per la loro sessualitá. E nessuna donna ai vertici che non assomigli in modo inquietante ad un uomo.

Prendiamo l’attuale Governo italiano: attendevamo più donne ministre, con portafoglio e competenza; ci aspettavamo più considerazione per le tematiche femminili; prospettavamo figure di altro livello, e segni di cambiamento, come in Spagna. Com’è possibile che si sia sempre così ingenue da aspettarci considerazione e riconoscimento spontaneo? C’è solo un modo per ottenere quello che si desidera, ed è prenderselo. Almeno questo dagli uomini avremmo dovuto impararlo. Perché nessuna donna fonda un giornale? Perché dobbiamo (giustamente) lamentarci che ci siano poche editorialiste sui giornali diretti da uomini? Perché dobbiamo lagnarci delle poche donne elette? Se il Femminismo non vuole essere perennemente fermo al palo ad aspettare le briciole, deve coagularsi attorno ad un’idea forte e creare un movimento politico indipendente dai partiti; le differenze tra i femminismi spariranno tutte, perché sono un’illusione ottica, un abbagliamento del patriarcato.

Durante la festa di maggio de Il Fatto Quotidiano c’è stato un incontro al quale tra le altre ha partecipato la scrittrice Michela Murgia che ha evidenziato il problema dei problemi: l’educazione. Le giornaliste intervenute si stavano chiedendo per quale motivo sono così poche donne leader; Murgia ha citato una ricerca condotta ad Harvard, secondo la quale nell’infanzia – in età prescolare – alle femmine si insegna l’obbedienza; ai maschi invece è consentita l’indisciplina, ammessa perché indice di carattere. Durante tutto il periodo scolastico, dalle elementari alla formazione post universitaria, le femmine conseguono più successi dei maschi, perché nel percorso scolastico l’obbedienza è premiante, e loro sono intelligenti e studiose. Dopo, quando si entra nel mondo del lavoro, esattamente il contrario: le donne dimostrano un perenne senso di inadeguatezza che ne blocca l’affermazione; gli uomini invece sono affetti dal “complesso di adeguatezza”, ossia una forma minore di onnipotenza: sono sicuri di sé anche oltre misura. Aggiungo io: questi atteggiamenti sono rafforzati anche da una diversa percezione dell’Io Sessuale e del corpo, dove “se lo fa un uomo è uno stallone, se lo fa una donna è una troia”; per non parlare poi dell’asfissiante Mito della Bellezza che colpisce solo le donne. È così che si disinnesca un cambiamento nel mondo, con donne insicure di sé, la cui costruzione comincia a 3 anni di età.

Le bambine e i bambini di oggi e di domani possono cambiare ogni cosa, se non li educhiamo ad essere oppressi e oppressori, se diciamo loro che hanno pari capacità e pari dignità, nel corpo e nell’intelletto. Non abbiamo quasi mai coraggio di rompere gli schemi, perché quel palo patriarcale è ben infisso nei nostri corpi, entra dalla vagina o dall’ano, ci attraversa le budella ed esce dalla bocca. Da sempre le giovani generazioni crescono nutrite di stereotipi, così il mostro patriarcale si rigenera. I genitori sono terrorizzati dall’uscire dagli schemi, come se questo potesse influire sulla virilità dei maschi o la propensione alla riproduzione delle femmine. Bisogna perciò prendere il coraggio di cambiare partendo dalle nuove generazioni, dalle bambine e dai bambini, in modo che da adulti non perpetuino i meccanismi di oppressione e schiavitù; di questi si nutre il patriarcato, un sistema vincente di sviluppo umano ed economico basato sullo sfruttamento di classi ritenute inferiori: Capitalismo-Giusto-decrescita-felice-governi-bl’umanità è divenuta così la specie dominante sul pianeta, siamo usciti dalla catena alimentare di altri animali, abbiamo sviluppato una complessa cultura scientifica e umanistica, aumentiamo di continuo la durata della nostra vita. Abbiamo solo un limite, il Pianeta Terra: come solo i parassiti sanno fare, stiamo uccidendo l’organismo che ci ospita. Siamo il cancro di questo Pianeta e non sembriamo preoccuparcene più di tanto. L’unico nostro obiettivo sembra essere sempre l’espansione, il maggiore profitto, la crescita. Il patriarcato ha trovato un fedele alleato nel Capitalismo: l’uomo si è posto al centro del mondo, e tutto il Creato al suo servizio.

Allora l’idea forte attorno alla quale coagulare tutte le forze femministe è proprio la Terra, e il mezzo non può che essere la decrescita: il rispetto per l’ambiente e tutte le forme di vita si porterà dietro la soluzione dei contrasti tra le varie anime del femminismo. Non sono discorsi utopistici astratti, se non ne vogliamo parlarne adesso, saremo costretti a farlo quando la situazione sarà diventata irreversibile. Moratoria della plastica, stop al consumo di suolo, abolizione di tuttè le sostanze interferenti con il sistema endocrino, le prime cose che mi vengono in mente ma lo sapete la lista è molto lunga.

Dove non c’è oppressione e razzismo, sparisce anche lo sfruttamento dei corpi. Gli schiavisti sono tra noi, sono i prostitutori che comprano sesso da donne e bambine vittime di tratta; gli schiavisti siamo noi, che tolleriamo lo sfruttamento disumano di manodopera a bassissimo costo per nutrirci e per vestirci. Non sono discorsi utopistici astratti, sono corpi e anime schiacciati per il profitto e per il benessere dei privilegiati, tra i quali ci troviamo. Il Femminismo deve avere il coraggio di promuovere una radicale evoluzione umana, di entrare in politica e cambiare la cultura misogina e schiavista di questo Paese, costruendo una leadership interessata più alla qualità della vita che al profitto: c’é bisogno di donne e uomini davvero progressisti, anzi rivoluzionari.

Betty Argenziano

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