Fattori di avversione all’intelligenza femminile

women leader

Se l’intervento del fisico prof. Alessandro Strumia di qualche giorno fa alla conferenza del Cern su «Fisica delle alte energie e gender» voleva dimostrare che le donne dovrebbero restare fuori dalla Fisica perché sono meno brillanti degli uomini, in realtà ha involontariamente presentato un dato inconfutabile: anche se sei un brillante fisico, questo non garantisce che comprenderai i meccanismi di selezione/esclusione che si accompagnano agli stereotipi e ai pregiudizi di genere. Al prof. Strumia e a tutti coloro che hanno vedute così ristrette consiglio di visionare il video della BBC che segue, che avevo già proposto in un precedente post: si tratta di un esperimento svolto con una bambina e un bambino che ancora non parlano e non camminano, e alcuni adulti (maschi e femmine) che si occupano di loro, i quali sono ignari che il bimbo sia in realtà una bimba, e viceversa. Vedrete che alla finta-bambina saranno date bambole e pupazzi morbidi, che sviluppano solo la tattilità; al finto-bambino invece sarà permesso esplorare la spazialità degli oggetti e del suo corpo. Con quest’ultimo tipo di stimoli si hanno cambiamenti nel cervello in appena tre mesi. È evidente che i pregiudizi su cosa sia un gioco da bambina e cosa un gioco da bambino inducono negli individui preferenze secondo gli stereotipi maschile e femminile, ed è per questo motivo, caro prof. Strumia, che gli uomini dominano enormemente le carriere che premiano il pensiero matematico e la consapevolezza spaziale: non perché i maschi siano più brillanti, ma perché la cultura maschilista androcentrica di questi millenni alleva bambine prevalentemente per diventare madri, non Fisiche; per diventare assidue consumatrici di cosmetici e fanatiche dello shopping, non Matematiche. E francamente è piuttosto scorretto boicottare in questo modo l’intelligenza femminile per evitare la concorrenza con armi alla pari. È per questo motivo che le detestate quote rosa sono il minimo che si possa fare per rimediare, in una società strutturata per castrare l’intelligenza delle femmine sino dalla più tenera infanzia.

Le quote rosa come sapete sono funzionali anche a normalizzare la presenza femminile all’interno degli organi politici istituzionali, elettivi e non elettivi. La contestazione più comune è che non è importante il genere ma la competenza, sottintendendo: meglio anche tutti uomini, purché preparati. A prima vista questa obiezione è ragionevole, la stessa del prof. Strumia, ma migliaia di anni di esclusione sociale e politica delle donne devono pur averci insegnato qualcosa, no? Piuttosto che cercare sempre un motivo valido per estromettere le donne, come cittadini del mondo dovremmo cominciare a valutare i disastri prodotti da uomini “competenti” in posizioni di leadership, che abbondano nella storia mondiale passata e presente. Che se non fossero autentiche tragedie, ci si potrebbe persino vedere il lato comico.

se lo dice un uomoNon è solo da oggi che le donne studiano, come e più degli uomini, e possono essere altamente qualificate in ogni ambito del sapere umano. Perciò la competenza non ha un sesso. Nonostante ciò, un caso recente di discriminazione è avvenuto nel mese di luglio, quando il Parlamento Italiano ha eletto un giudice costituzionale e i componenti laici degli organi di amministrazione autonoma delle magistrature: il Consiglio Superiore della Magistratura e i Consigli di Presidenza della Giustizia Amministrativa, della Giustizia Tributaria e della Corte dei Conti. Su 21 posizioni disponibili, 21 uomini, in aperto contrasto con l’art. 51 della Carta sulle Pari Opportunità. Nessuna donna competente o la solita vecchia storia di esclusione?

broken-window-960188_960_720Ma se la misoginia maschile è tristemente nota, meno comprensibile è la misoginia femminile: le donne spesso non amano le donne, e a volte le osteggiano proprio. I fattori di avversione alla leadership femminile sono prodotti da potenti stereotipi e pregiudizi che si rinnovano generazione dopo generazione, in barba alle “quote rosa” e ad ogni sforzo femminile per sfondare il “soffitto di cristallo”. La buona notizia è che negli ultimi anni sono stati analizzati i meccanismi di esclusione femminile, ed è partendo da questi studi che dovremmo cambiare il modo di raccontare il mondo ai giovani.

Secondo una recente ricerca, è a 6 anni che le bambine cominciano a formare pregiudizi su “il genere dell’intelligenza”: pensano di essere meno brillanti dei bambini e questo si riflette immediatamente sull’orientamento dei loro interessi. Lin Bian, una psicologa dell’Università dell’Illinois, ha condotto una ricerca i cui risultati – che ritengo sconvolgenti – sono stati pubblicati nel 2017 sulla rivista Science: Bian ha letto una storia a 240 bambini di età compresa tra i 5 e i 7 anni, dove il protagonista di sesso non definito possedeva una intelligenza straordinaria; alla fine ha mostrato ai bambini le immagini di quattro persone, due donne e due uomini, chiedendo ai piccoli di indovinare chi di questi fosse l’intelligente protagonista; a 5 anni ognuno attribuisce il proprio sesso alla persona di straordinaria intelligenza, con una certa dose di “arroganza di genere”; ma a 6/7 anni tutto cambia: solo i maschi pensano che il protagonista intelligentissimo appartenga al loro genere. Sembra incredibile ma le bambine hanno meno probabilità di attribuire intelligenza al proprio genere, nonostante a quella età tendano a primeggiare a scuola sui compagni maschi, ed entrambi i sessi mostrino forti “pregiudizi positivi” verso il proprio genere. Così i bambini mantenendo l’“arroganza di genere” consolidano la propria autostima, che li porterà da adulti a sviluppare persino una sorta di “complesso di superiorità”. Purtroppo la conseguenza per le bambine è che a 6/7 anni cominciano a evitare i giochi che ritengono richiedano elevate doti di intelligenza, auto-castrandosi. E non consola affatto che le bambine, in media, sviluppino una visione più equa delle capacità umane.

In un secondo esperimento, Bian ha proposto due giochi: uno per bambine/i “molto intelligenti” e uno per bambine/i “che si impegnano duramente”: a 5 anni, bimbi e bimbe erano ugualmente attratti da entrambi i giochi. Ma tra quelli dai 6 anni in su, le bambine erano meno interessate dei bambini al gioco per soggetti intelligentissimi; quelle che avevano assimilato lo stereotipo della “genialità maschile” mostravano il più basso interesse per il gioco “molto intelligente”, e preferivano quello di “duro impegno”.

«A lungo termine [lo stereotipo auto-assegnato] porterà via molte giovani donne dalle carriere che si ritiene abbiano bisogno di brillantezza».

“La scienza è uomo” e “il genio è maschio” agiscono da boicottatori, sebbene negli studi le ragazze tendano a surclassare i loro coetanei maschi, e le bambine dello studio di Bian ne erano pure consapevoli: ma questi pregiudizi sono indipendenti dalle abilità reali. «Tutti erano d’accordo sul fatto che le ragazze facessero meglio a scuola, ma ciò non sembrava avere importanza», afferma Bian, «quando entrano nella scuola intorno ai 5 o 6 anni, subiscono molta più esposizione al messaggio culturale, e in quel momento imparano molte informazioni sul mondo sociale».

La genialità come attributo maschile è uno stereotipo consolidato anche negli adulti: altri sondaggi hanno stabilito che in media gli uomini valutano più positivamente la propria intelligenza rispetto alle donne. Così accade che in alcuni campi accademici, come la fisica, la matematica e la filosofia, le persone abbiano il pregiudizio che il successo dipenda dal “genio innato”, che non può essere insegnato: pare questo sia anche il motivo per cui le donne si autoescludono da quel genere di studi, creando un ampio divario di genere nelle professioni (ricerca del 2015 di Sarah-Jane Leslie della Princeton University e Andrei Cimpian della New York University).

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Alcune donne leader – da Il Corriere della Sera

Per questo motivo «Dobbiamo essere più risoluti nel presentare esempi di donne brillanti a ragazze e ragazzi di appena cinque anni per aiutarli a evitare di sviluppare questa associazione», dice Sarah Eddy della Florida International University, riferendosi allo stereotipo che i maschi siano più intelligenti e geniali. Purtroppo il mondo sociale rema contro l’autostima delle bambine: i primi pregiudizi provengono spesso dai genitori, e poi dagli insegnanti che raccontano loro un immaginario collettivo dove sono maschili tutte le figure illustri. Le bambine deducono che i maschi sono più intelligenti anche da “indizi” immediati, come:

  • le scuole, le strade, i parchi dove giocano i bambini sono intitolati a uomini e le statue nei parchi dedicate a uomini;
  • gli uomini sono inventori, costruttori, scrivono la storia, scoprono i continenti, scrivono i libri, le poesie, la musica, la scienza, e tutte le arti;
  • sulla moneta da 1 euro c’è l’Uomo di Leonardo, sui 2 euro c’è Dante Alighieri: l’unica donna è sui 10 centesimi, ma è la Venere di Botticelli, l’opera di un uomo che ci parla di stereotipi di bellezza, non di intelligenza femminile;
  • le storie nei libri e nei film per ragazzi hanno quasi sempre protagonisti maschili attivi e femminili passivi;
  • in Italia nessuna figura istituzionale di rilievo è mai stata donna (Presidente del Consiglio e della Repubblica);
  • il Papa e tutta la gerarchia ecclesiastica è preclusa alle donne, e solo i preti celebrano la Messa.
  • sono “importanti” solo gli sport praticati da uomini;
  • quando si parla di una femmina, la prima considerazione che si fa è sul suo aspetto esteriore.

Ovunque i bambini e le bambine guardino, tutto suggerisce che gli uomini siano più intelligenti e che non sia importante il loro aspetto fisico per misurare il loro valore.

Bian sottolinea che gli stereotipi sociali sono assorbiti talmente presto dalle bambine, che quando diventano giovani donne in grado di prendere decisioni sulle loro carriere, le loro menti ormai sono formate sullo stereotipo: «E quando raggiungeranno l’età adulta, sarà molto difficile convincerle diversamente: dobbiamo fare qualcosa fin dall’inizio». Un antidoto è la presentazione di donne leader o modelli forti come quelli di “Storie della buona notte per bambini ribelli” vol. 1 e 2, di Francesca Cavallo ed Elena Favilli, e altre iniziative editoriali simili, in modo da contagiare le bambine con l’autostima di genere. Peccato che poi alle medie e alle superiori si salti dalla padella alla brace, e si debba di nuovo correre ai ripari.

Una ricerca svolta ad Harvard nell’anno scolastico 2014-15 dal professor Richard Weissbourd (psicologo presso la Graduate School of Education di Harvard e co-direttore del Making Caring Common Project) su circa 20.000 ragazze e ragazzi dagli 11 ai 18 anni di 59 scuole secondarie pubbliche e private americane, ha evidenziato che i pregiudizi di genere impediscono alle ragazze di sostenersi a vicenda, poiché sviluppano sentimenti altamente competitivi tra le ragazze: ragazze prive di fiducia e autostima, che proiettano quella mancanza di fiducia su altre ragazze, e ragazze considerate troppo melodrammatiche”. Le stesse madri in media hanno espresso un maggiore supporto ai Consigli Scolastici guidati dai ragazzi piuttosto che a quelli guidati da ragazze. Questa scoperta richiama una precedente ricerca sul posto di lavoro, che mostra la preferenza delle donne per un maschio come capo. Insomma che anche in età adulta evidentemente l’assenza di autostima femminile continua ad essere proiettata sulle altre donne.

femmina caratteraccioTrattandosi di pregiudizi, le sole buone intenzioni non sono sufficienti a superarli, ci vuole un impegno culturale straordinario che cominci soprattutto in età precoce. Tra i consigli del prof. Weissbourd a genitori e educatori per superare i pregiudizi di genere (personali e culturali) ci sono questi punti:

  • Nell’infanzia, prediligere giochi e giocattoli neutri rispetto al genere, oppure che esprimano molti tipi diversi di ruoli di genere.
  • Moderare la visione dei bambini della TV, dove abbondano gli stereotipi sessisti.
  • Identificare i propri pregiudizi e sforzarsi di contrastarli, incoraggiare i giovani a individuare gli stereotipi e affrontare in modo pro-attivo la discriminazione.
  • Nutrire l’empatia e l’apprezzamento sia nelle ragazze sia nei ragazzi: solitamente l’empatia è molto più sviluppata nelle femmine, e l’autostima nei maschi, in modo del tutto sbilanciato.
  • Evitare la tendenza a “lasciare che i maschi siano maschi”.
  • È importante coltivare l’amicizia tra ragazzi e ragazze in giovane età.
  • Vivere in ambienti dove ci sono donne leader forti aiuta sia i ragazzi sia le ragazze.
  • Incoraggiare l’assertività e l’autostima delle ragazze. Spesso alle ragazze vengono criticati gli atteggiamenti prepotenti e dominanti molto più che ai ragazzi, scoraggiandone di fatto l’assertività.
  • Incoraggiare l’attività sportiva delle ragazze.
  • Aiutare le ragazze a sviluppare le competenze dalla leader, come il problem solving, le abilità di gruppo, e parlare in pubblico cominciando anche solo a tavola.

le ragazze sono bombardateWeissbourd ammette che superare i pregiudizi è una sfida impegnativa, perché «le ragazze sono bombardate da immagini di sé stesse nei media e nella cultura che sono così degradanti e oggettivanti». Quest’ultimo è a mio avviso un punto nodale: come si può aumentare la fiducia in sé stesse, se sin dalla pubertà i canoni estetici raccontano “il corpo imperfetto delle donne”, dove tutto deve essere modificato per divenire “femminile”? La dittatura dei canoni estetici femminili è la contropartita per l’emancipazione: più le donne avanzano nell’ottenere diritti, più il “Mito della Bellezza” si fa esigente (vedi la chirurgia estetica anche in giovane età). La femminilità non appartiene al nostro corpo, ma si compra e si applica con cospicui esborsi di denaro e di tempo, come racconto in “Alle donne piace soffrire?”Accanto all’aspetto estetico, la negazione del diritto alla sessualità soggettiva delle donne, che contribuisce in modo determinate alla distruzione dell’autostima femminile.

Il corpo imperfetto delle donne è il meccanismo perverso che impedisce alla leadership femminile di emergere e di raccogliere persino il consenso femminile, perché contiene in sé il seme della sfiducia per la propria natura “difettosa”, il senso di inferiorità rispetto al corpo e alla mente dell’uomo. Quel corpo che non cerca l’approvazione sociale, perché è perfetto per natura.

Anche Weissbourd non è ottimista quando afferma «Le persone vedono i progressi che le donne hanno fatto e semplicemente presumono che la prossima generazione di ragazze raggiungerà l’uguaglianza di genere. Ma questi pregiudizi sono ancora pervasivi e insidiosi». E infatti nelle interviste e nei sondaggi condotti, alte percentuali di studenti hanno affermato di preferire lo stereotipo che vede le donne in ruoli manageriali solo in settori tradizionalmente femminili, come l’assistenza all’infanzia. Praticamente nessuno studente ha affermato di preferire uomini in quel ruolo.

Se le qualità riconosciute ad un leader sono autorevolezza, decisione e aggressività, allora «C’è una corrispondenza tra la nostra concezione di ciò che pensiamo sia un leader e chi pensiamo siano gli uomini», dice Marianne Cooper, sociologa presso il Clayman Institute for Gender Research della Stanford University, che aggiunge «Abbiamo aspettative diverse per ragazzi e ragazze e per uomini e donne, e queste diverse aspettative ci portano a pensare che obiettivi diversi siano appropriati per loro»: stereotipi e pregiudizi continuano a  rafforzare “le norme sociali” che assegnano ruoli preconfezionati a donne e uomini, norme profondamente radicate nelle nostre culture, in tutto il mondo con diversi gradi di penalizzazione per le donne.

donne azienda e ParlamentoIn Italia la questione purtroppo non è prioritaria: la totale assenza di leadership femminile è piuttosto evidente, a cominciare dalla ridotta presenza femminile in Parlamento per finire con la massiccia invasione nei media di immagini degradanti la figura femminile. Così leggendo queste ricerche americane, ho pensato che la nostra scuola impiegherà secoli ad includere le donne nei libri di testo, che la nostra società impiegherà tempi biblici per abbandonare gli stereotipi sulla donna, mamma o iper-sessualizzata. Ma forse la differenza la può fare la libera iniziativa degli insegnanti: se i docenti raccontassero l’esclusione millenaria delle donne, spiegassero che è sempre esistita una disuguaglianza di potere tra uomini e donne e che questa è stata posta a fondamento dell’organizzazione della società e della famiglia: religione, cultura e diritto hanno escluso le donne dalla sfera politica e giuridica, le hanno limitate nella loro capacità di agire in ambito patrimoniale e civile, nell’accesso all’istruzione, e persino nella disposizione del proprio corpo.

donne laureateSarebbe auspicabile gli insegnanti raccontassero che le donne del passato avrebbero voluto studiare, esercitare professioni, partecipare alla vita politica, progettare, analizzare, scoprire, scrivere storie, scrivere musica, dipingere, scolpire, viaggiare, raccontare il mondo, e che quando hanno potuto rifiutare gli stereotipi che le volevano solo angeli del focolare, hanno dovuto combattere i pregiudizi sulla propria intelligenza per esprimere i propri talenti. A volte qualcuna ha persino raggiunto il successo, per poi finire nell’oblio. Bisognerà dir loro perché sono quasi sempre state cancellate dalla storia, e solo negli ultimi tempi si stiano riscoprendo scienziate, matematiche, astronome, letterate, artiste, le cui figure geniali sono state deliberatamente offuscate dagli uomini che hanno raccontato la storia, uomini che talvolta le hanno persino derubate del lavoro del loro ingegno. È necessario raccontare ai giovani, femmine e maschi, che quella della donna è una lunga e dolorosa storia di sopraffazione, che prosegue anche in questi giorni in tutto il mondo: la più diffusa forma di razzismo, quella di un genere sull’altro.

Dovrebbe essere raccontato per esempio l’“effetto Matilda”, per il quale esiste una tendenza in campo scientifico a sottovalutare o sminuire la ricerca delle donne, e quando invece la validità dei loro risultati scientifici è innegabile, allora i meriti vengono attribuiti ad un uomo:  nel 1993 la storica della scienza Margaret W. Rossiter sviluppò il concetto di “effetto Matilda” partendo dal saggio dell’attivista americana Matilda Joslyn Gage, “Woman as inventor” del 1870, nel quale sono denunciate le discriminazioni contro le donne e il loro ingegno. Si trattò di “effetto Matilda” per Nettie Stevens, una genetista americana alla quale si deve la scoperta del meccanismo di attribuzione del sesso degli individui per la presenza di un gene X o Y: i suoi meriti andarono ad un uomo. Anche la chimica e fisica britannica Rosalind Franklin, le cui ricerche furono basilari per la scoperta della struttura a doppia elica del DNA, fu vittima dell'”effetto Matilda”: due uomini presero il Nobel della medicina nel 1962 usurpando il suo lavoro.

Per questo motivo il prossimo anno si terrà a Bologna il Festival delle Donne Dimenticate, organizzato dall’Associazione Culturale Sentieri Sterrati, il cui scopo è «rivelare, valorizzare, difendere ed approfondire un pensiero femminile rimasto nascosto, ignorato, trascurato ed oscurato».  È la nostra storia, il nostro orgoglio di genere, e deve essere raccontato se vogliamo che le nuove generazioni non soffrano di complessi di inferiorità (o superiorità).

Gli studenti devono sapere che se nel mondo ci sono pochissime donne leader è perché in molti paesi le ragazze non possono studiare, e che le donne rappresentano i 2/3 degli analfabeti su questo Pianeta; che le ragazze in alcune realtà sono obbligate a saltare la scuola quando hanno le mestruazioni perché non hanno assorbenti igienici o semplicemente per superstizione; che moltissime sono costrette a sposarsi da bambine e per questo è inutile che studino; che sono spesso sotto-nutrite rispetto ai maschi; che 200 milioni di donne sono mutilate nei genitali ed è un trauma con conseguenze anche sul cervello; che 28 milioni vivono in schiavitù (sessuale o lavorativa); che non hanno gli stessi diritti civili e politici dei maschi in molte aree del mondo; che in alcuni paesi non possono guidare neppure una bicicletta. Che la discriminazione e la violenza sessuale sulle donne sono una pandemia globale. E che loro, le giovani e i giovani, se vogliono un mondo più giusto devono liberarsi dalle catene invisibili di pregiudizi e stereotipi che mantengono da migliaia di anni una dannosa gerarchia sessuale e sociale. Forse così domani avremo leader, donne o uomini che siano, capaci di condurre invece di dominare.

Qui di seguito una preziosa lettura, e alcuni link a siti che promuovono la conoscenza di donne di grande talento, spesso  dimenticate.

«Abbiamo bisogno di una storia delle donne anche perché troppe volte la loro partecipazione viene apertamente negata nell’incessante tentativo di affermare a tutti i costi la superiorità “naturale” degli uomini. […] Per secoli uomini e donne hanno dato per scontato che i due sessi agissero in “sfere separate”, per un fato biologico, al tempo stesso naturale e stabilito dalle divinità. Questo apartheid sessuale, con il suo insistere giuridico, religioso, sociale e culturale sul ruolo secondario delle donne, servì a custodire religiosamente l’inferiorità femminile [..]». Rosalind Miles, “Chi ha cucinato l’ultima cena? Storia femminile del mondo”, Elliot Edizioni, 2009. 

E questo piú recente,

«Eppure le esponenti di quella che una volta veniva chiamata ‘l’altra metà del cielo’ hanno fatto la storia, contribuendo all’evoluzione dell’umanità in tutti i campi possibili: dall’arte alla letteratura, dalla scienza alla politica, non trascurando la cibernetica e la fisica quantistica; ma per uno strano sortilegio raramente vengono ricordate, con difficoltà appaiono nei libri di storia e tanto meno sono riconosciute come maestre e pioniere: in sintesi, si fa fatica a intestar loro persino una strada periferica», Serena Dandini, “Il catalogo delle donne valorose”, Mondadori, 2018.

Sentieri Sterrati, il sito, la casa editrice, e le iniziative culturali: http://www.festivaldonnedimenticate.it/

http://www.sentieristerrati.org/liberi-percorsi/

https://www.raiplay.it/video/2016/09/QUATTRO-SECOLI-DI-ARTE-AL-FEMMINILE-dc9ae808-7352-470b-8b1e-e2748221a8e8.html

IPAZIA, rubrica sul sito OGGISCIENZA, che racconta le donne scienziate e il loro ruolo determinante nella ricerca:

https://oggiscienza.it/category/rubriche/ipazia/

https://oggiscienza.it/2018/08/02/nettie-stevens-scoperta-cromosomi-sessuali/

https://oggiscienza.it/2017/03/08/diritto-contare-storia-dietro-film/

https://oggiscienza.it/2018/08/16/effetto-matilda-raccontato-ben-barres-scienziato-transgender/

Un esempio di storia raccontata nel rispetto dei generi, la preistoria: le donne c’erano, probabilmente si deve a loro l’invenzione dell’agricoltura.

http://www.archeokids.it/donne-e-bambini-nella-preistoria/?fbclid=IwAR0RINl_auZHrrIv8Ie2ZQNbfrJWlahIEDNdvZ8a9GdYsBeMu8v0Q9Ljuus

L'”effetto Matilda”https://www.focus.it/scienza/scienze/che-cose-leffetto-matilda?gimg=46918#5-scienziate-provette-dimenticate-dai-posteri&img46918

Toponomastica Femminile promuove la valorizzazione nella toponomastica delle donne, in particolar modo quelle che si sono distinte per talento e impegno civile: consultate il censimento nella vostra città, e poi raccogliete le braccia cadute a terra. Nella mia città 1507 strade sono intitolate a uomini, solo 136 a donne. Di queste però 90 sono sante, madonne, religiose, solo 4 letterate, nessuna scienziata, 3 donne di spettacolo. http://www.toponomasticafemminile.com/

Questo post è stato presentato come intervento al Convegno “Progetti eccellenti nella scuola statale pubblica secondaria”, Palazzo Ducale di Genova, 27 settembre 2018.

Bando di concorso “Sulle vie della parità” VI Edizione – anno 2018/2019
Il concorso, indetto da Toponomastica femminile, con la partecipazione di Società
Italiana delle Storiche, Rete per la Parità, FILDIS, Power&Gender, Acume, OdG –
Osservatorio di Genere-Macerata, Scosse, Eccellenze Italiane, Casa editrice
Matilda, Associazione Le Sentinelle onlus, Casa Ascione, e l’Istituto Comprensivo
Santa Caterina di Cagliari, è rivolto alle scuole di ogni ordine e grado, agli atenei e
agli enti di formazione ed è finalizzato a riscoprire e valorizzare il contributo offerto
dalle donne alla costruzione della società.