Virilità prêt à manger

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Bill Wurtzel – funnyfoodart.com

Virilità prêt à manger, ovvero anche agli uomini piace soffrire. Sono anni che i ricercatori studiano il fenomeno, che non pare cedere di un millimetro. Alcuni mesi fa è stata divulgata l’ennesima ricerca sull’argomento “stereotipi di genere e cibo” dall’Università di Southampton (UK), “The Man Food Project”, concentrata su uomini prevalentemente vegetariani/vegani per ragioni ambientali, economiche o di salute e all’occasione consumatori di carne: si è rilevato come i soggetti esaminati provassero vergogna o imbarazzo nell’ordinare piatti vegetariani o vegani quando si trovavano al ristorante in situazioni di socialità. Gli uomini ammettevano il condizionamento conseguente il giudizio degli altri commensali maschi, al punto di modificare la propria dieta ordinando piatti a base di carne. Se è comune per entrambi i sessi incorrere nell’isolamento sociale quando vegetariani/veganiè tutta maschile la paura del giudizio sulla propria virilità da parte degli altri uomini consumatori di carne. 

foodgender1 copiaAlcuni anni or sono arrivarono a conclusioni simili negli Stati Uniti, con uno studio condotto dall’Università della Pennsylvania; anche in quel caso emersero stereotipi e pregiudizi sull’alimentazione: gli uomini (ma anche le donne) ritenevano i vegetariani meno virili dei carnivori. Ai partecipanti fu chiesto di associare il cibo al genere e questi furono i risultati:

maschile: bistecca al sangue, chili di manzo, hamburger

femminile: sushi, cioccolato, insalata di pollo (ma non pollo alla griglia!), pesche

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“Mangia come un uomo, non come un coniglio”

Vi fu anche una ricerca della University of British Columbia, “Meat, Morals and Masculinity” che mise in evidenza la fragilità del concetto sociale di mascolinità; mentre la femminilità delle donne non risente delle scelte alimentari, la virilità maschile vacilla davanti a un piatto di broccoli: «In Nord America la virilità si ottiene mediante le manifestazioni sociali. È molto più difficile da raggiungere e più facile da perdere. È determinata socialmente piuttosto che biologicamente» ha affermato uno dei ricercatori Matthew Ruby, che evidentemente sottovaluta l’immane fatica di essere femminile tra chirurgia estetica, make up, trattamenti antirughe, depilazioni, nail art anche sui piedi, mutande push-up e altri aggeggi per barare su forma e consistenza. Nella mia esperienza di osservatrice, lo stereotipo coinvolge anche le donne, che in occasioni di socialità mostrano una predilezione esageratamente carnivora con finalità seduttive, forse con l’inconscia intenzione di suggerire agli uomini la sessualità vivace da sempre intimamente connessa alla braciola. 

download.jpgMa non avevamo bisogno di ricerche universitarie, è tutto confermato dalla nostra esperienza quotidiana. Ho un amico che potrei definire ossessionato dalla connotazione di genere del cibo: per lui la minestra o la frittata sono da donna o “da gay” (sic!); una pizza senza salsiccia è roba da mammolette, e richiede come minimo la “virilizzazione” con una montagna di peperoncino. Nella sua mente qualunque vegetale è da smidollati se non è almeno fritto nello strutto. Persino il pollo non è abbastanza mascolino, forse perché preferito dalle donne che di solito scelgono un’alimentazione più sana: per lui mangi sano solo se sei malato, per cui cibo sano=malattia. Dietro queste scelte alimentari si può leggere un atteggiamento omofobo, perché è piuttosto ovvio che anche un gay può essere virile tanto quanto un etero, secondo tutte le accezioni del sostantivo “virilità”:

Treccani Virilita
da Treccani

L’accezione 2.b. si riferisce all’uomo virile dell’atavica cultura patriarcale: un dominatore che si impossessa di tutto quanto di prolifico c’è al mondo, delle donne, degli animali, della terra, e ne possiede tutto ciò che producono. La carne è quindi associata alla forza, alla ricchezza e al potere, cioè al “dominio sugli altri”, quest’ultimo noto cavallo di battaglia della cultura patriarcale, come racconto nel libro “Alle donne piace soffrire?”. Nella mia esperienza posso solo dire di avere incontrato impareggiabili amanti vegetariani, e che l’associazione tra carne e virilità è solo uno tra gli stereotipi culturali di cui dovremmo disfarci subito. Gli stereotipi modellano qualunque nostro pensiero e desiderio, persino quelli dei nostri palati, rendendo il libero arbitrio un concetto piuttosto sopravvalutato.

1885-3 Le dita tagliate_cop_12-16_sessismoPaola Tabet con il libro “Le dita tagliate” aggiunge un contributo alla comprensione degli stereotipi di genere legati all’alimentazione. Dice Tabet che i ruoli sono stabiliti in modo gerarchico col pretesto di una supposta differenza biologica, che teorizza l’inferiorità fisica delle donne (“supposta” in tutti i sensi perché è proprio nel di dietro che finisce): «La biologia delle donne è così posta come fondamento ultimo della loro stessa subordinazione». La riproduzione è stata sempre – e tutt’ora è – vista come un handicap naturale, piuttosto che il risultato di una relazione sociale tra i sessi; anzi meglio, Tabet definisce il rapporto tra donne e uomini come un rapporto sociale di classe.

La suddivisione sessuale del lavoro è la prima delle gigantesche supposte che ci sono state infilate nell’ano, da migliaia di anni. Tabet «[…] è partita dallo studio della divisione sessuale del lavoro e dell’accesso differenziato dei due sessi agli strumenti e alle armi», per affrontare poi anche «l’organizzazione sociale della riproduzione e della sua imposizione e infine lo scambio sessuo-economico, cioè il continuum di rapporti economici e sessuali che va dal matrimonio alla prostituzione». Con modalità anche diversissime, la gerarchia tra i generi è presente in tutte le culture patriarcali, dalle società industrializzate a quelle più primitive come quelle così dette di “caccia e raccolta”. Tabet evidenzia che nelle società più primitive gli uomini non consento alle donne di procurarsi agevolmente proteine animali; con la scusa di impedimenti di natura biologica e con pregiudizi e superstizioni, alle donne sono vietate la caccia e la pesca, e spesso non possono condividere con gli uomini neppure le più evolute tecnologie produttive, né le armi o i mezzi (barche). Per esempio nella società amazzonica dei Mehinaku alle donne è vietato pescare, e il pesce, principale fonte proteica della loro alimentazione, viene utilizzato come scambio per il pagamento del sesso. Lo scambio non è pesce-vegetali, ma pesce-sesso.

Si rileva anche che una costante di tutte le società di cultura patriarcale è il persistente sotto-equipaggiamento delle donne. Fanno eccezione le attuali società Occidentali, nelle quali le donne emancipate possono essere autonome, ma come ben sappiamo contro di noi vengono adottate altre forme di discriminazione per mantenere la subordinazione. In passato anche noi Occidentali siamo state ferocemente sotto-equipaggiate, in tutti i modi: mancanza di istruzione, mancanza di diritti civili, politici, religiosi, divieto di esercitare professioni esclusivamente maschili, ecc.. Pensate anche solo al divieto di indossare pantaloni.

C’è una vecchia superstizione che vuole le donne portino sfortuna in barca: proviene sicuramente da un divieto alle donne di procacciarsi il pesce in autonomia. Oppure donna al volante pericolo costante, quando erano poche le donne con la patente ed erano dipendenti da un uomo per muoversi. Mancanza di autonomia e sotto-equipaggiamento.

La mancanza di autonomia. Nel mondo la dipendenza economica delle donne è endemica, e a questo si accompagna un maggior carico di lavoro, dove quello riproduttivo, domestico e di cura non è neppure retribuito. È il motivo per cui la ricchezza a livello mondiale è in mano maschile. In questa situazione di assoluta disparità di potere, lo scambio sessuo-economico diventa una costante. Dice Tabet: «In numerose società le donne dipendono da un uomo per avere accesso alle risorse indispensabili per vivere. Questa dipendenza è legata alla divisione sessuale del lavoro: le donne non hanno strumenti e in particolare non hanno accesso alle armi […]»Come dimenticare anche la denutrizione delle bambine in molte parti del mondo?

Consideriamo erroneamente che le norme sociali imposte alle donne rispondano ad esigenze biologiche femminili: per questo motivo siamo sempre state relegate a lavori che non ci allontanassero da casa, che fossero  monotoni e ripetitivi, che non richiedessero concentrazione e potessero essere interrotti e ripresi facilmente (per stare dietro ad attività domestiche e alla prole). Sono sempre state forme di controllo, atte a non consentire una più complessa espressione dell’ingegno femminile.

Tabet  sostiene che «[…] la divisione del lavoro non è neutra ma orientata e asimmetrica anche nelle società “egualitarie”; che non si tratta di una relazione di reciprocità o complementarietà ma di dominio», per questo motivo la divisione sessuale del lavoro esprime un rapporto di classe.

Nelle società di “caccia e raccolta” si evidenzia anche che le attività maschili sono sempre esclusive, mentre quelle femminili lo sono solo fin tanto che rivestono natura “residuale” e sono svolte con strumenti semplici; nel momento in cui la tecnologia si evolve, le attività vengono tolte alle donne e passano agli uomini. Perché diventano più redditizie. Non è difficile estendere il meccanismo anche alle avanzate società industriali, quante cose ci hanno negato per tenerci in una situazione di necessità, come delle eterne adolescenti. Il patriarcato è essenzialmente qualcosa di meschino, manipolatorio, e direi tutt’altro che virile: se bisogna soggiogare le persone per poter accedere ai loro corpi, è davvero svilire completamente le genuine relazioni umane. I danni del patriarcato sull’umanità sono mostruosi e auto-castranti.

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Quiche versus hamburger

Aumenta costantemente il numero degli animali da allevamento, mucche, maiali e polli, insieme al consumo di terre e alimenti per la zootecnia. Nel frattempo è ormai evidente che abbiamo dato avvio alla sesta estinzione di massa, con la costante riduzione del numero di animali allo stato selvaggio e terre non antropizzate: se gli animali non entrano nella nostra catena alimentare, sono inutili. Ridurre il consumo di carne è una necessità etica, ma ancor di più lo è la decrescita, un obbligo per la sopravvivenza di tutte le forme di vita su questa Terra: siamo 7,5 miliardi di cavallette affamate e lasceremo solo il deserto.