“LO FACCIO PER ME STESSA”

Uno dei sistemi infallibili per mettere le donne le une contro le altre è parlare di scelta. Sembra che alcune di noi, tra le quali mi colloco, percepiscano i condizionamenti sociali come qualcosa di altamente pervasivo nelle loro vite, e altre invece si sentano libere di scegliere. Ritengo che la scelta sia indice di libertà solo nel fatato mondo fem choice, ovvero inesistente: il libero arbitrio è un concetto piuttosto sopravvalutato in genere, ma se sei una donna è pura fantascienza.

AVVERTENZA: IN QUESTO POST NON C’É SCRITTO DA NESSUNA PARTE CHE NON DOVETE DEPILARVI, TRUCCARVI, O ALTRI DIKTAT PER ESSERE “VERE”FEMMINISTE. 

Frequento alcune pagine femministe su Facebook, oltre alla mia pagina “Alle donne piace soffrire?” e rimango sempre stupita dall’elevato numero di donne che considerano i canoni estetici una libera scelta che nulla ha a che vedere con i temi “caldi” della parità di genere. Personalmente preferisco vedere la questione oppressione&sfruttamento come un unico problema di dimensioni mondiali, che si presenta in molteplici forme, che chiamerei metastasi: il giogo estetico, per esempio, ci è stato messo nel momento in cui in Occidente abbiamo conquistato dei diritti (come istruzione, voto, lavoro, contraccezione, sessualità, aborto). L’oppressione di genere assume forme caratterizzate geograficamente, e a noi è toccata l’ipersessualizzazione in cambio di quei diritti, che oltretutto sono quotidianamente minacciati. Altrove il controllo delle donne si esprime in variegati e crudelissime pratiche, come racconto in Alle donne piace soffrire?, libro che nel mese di aprile è stato aggiornato e ampliato in una nuova edizione con nuovi supplizi.

Ma veniamo al titolo di questo post. C’è un diario che frequento con piacere su Facebook, quello di Rosa Di Carlo, perché è radicale e provocatoria, e spesso lancia macigni nello stagno, muovendo discussioni che dividono le partecipanti in scelta-libera e in scelta-obbligata, a seconda del grado di consapevolezza di ciascuna. In un commento Rosa Di Carlo scrive Ci sono passata pure io, per poi dover a mia volta ammettere che le altre avevano ragione. Ma non è facile realizzare, tanto siamo intrise di stereotipi educativi. Per non parlare dell’aspetto che riguarda (in psicologia) “la non accettazione”: non ci piace metterci in discussione, soprattutto da femministe, per poi renderci conto che siamo anche noi ancora schiave del patriarcato. Mi piace una frase nel libro di Betty, che si scusa di non essere così forte da cambiare radicalmente, ma è importante prenderne coscienza”. Proprio così, io non sono al di sopra delle parti, sono ancora schiava di molti stereotipi femminili, e mi capita di agire anche a danno del mio corpo. Non avrei potuto scrivere Alle donne piace soffrire? se non avessi provato sulla mia pelle molte delle torture che descrivo. Ma non si parla di me, piuttosto di noi, così andiamo al dunque.

Ognuna di noi ha le sue giustificazioni per continuare a infierire sul proprio corpo, perché con la repressione sessuale da sempre agita sulle nostre menti sino dall’infanzia, sviluppiamo una specie di odio di sé, quello che io chiamo il corpo imperfetto delle donne: dalla storiella di Adamo ed Eva, per proseguire con il mito della castità, con la negazione del diritto al piacere, con la mistificazione della maternità, per arrivare a slut shaming, vaj shaming, period shaming, body shaming, vergogna di noi stesse in tutte le salse, in tutte le lingue, a qualunque latitudine, e con qualunque colore di pelle. Quando interiorizzi che il tuo corpo è imperfetto, sarai disposta a qualunque modifica ti venga richiesta dagli stereotipi. E lo fai per te stessa, per non odiarti.

Prendiamo come esempio la depilazione, ma il discorso é identico per make up, tacco 12, abiti disabili, chirurgia estetica, e tutte le altre torture. Rosa Di Carlo ha postato un’immagine di Silvana Mangano con i peli sotto le ascelle, tratta dal film Riso Amaro: un suo contatto commenta Io semplicemente detesto i peli, non ne lascio uno da nessuna parte ma lo faccio solo per gusto personale, non sopporto nemmeno i capelli sulla pelle, infatti li porto corti da una quindicina d’anni”. Per gusto personale? Ma guarda che incredibile coincidenza! È anche il canone femminile più diffuso dalla notte dei tempi. Poi per rafforzare l’autonomia della sua scelta si appoggia al fastidio dei capelli lunghi. Un’altra dice “Io mi depilo da anni, idem la mia metà e non ci sentiamo minimamente condizionate dalla moda imperante. Lo fanno anche I nostri amici maschi perché pratichiamo sport.”, e utilizza l’alibi che oggi la depilazione è anche un fenomeno maschile, tralasciando di dire che un uomo ha davvero la scelta se depilarsi o meno, mentre una donna pelosa è soggetta a insulti, pubblico ludibrio, fino all’esclusione sociale. Un’altra afferma “Io mi depilo e non mi sento schiava di niente, per dire… È solo una questo estetica, come togliersi i baffetti non tutte siamo Frida”: e certo che è solo una questione estetica, ma la bellezza è una allucinazione collettiva. Se non ti senti schiava per niente è perché:

nessuno é piú schiavo

E come darle torto sui baffi? Davvero devi essere Frida per portarli senza sentirti giudicata. Eppure se ci pensate una volta si diceva “donna baffuta sempre piaciuta”, ma probabilmente molto prima dell’emancipazione dal focolare domestico: forse la virtù delle baffute era meno insidiata, perciò le mustache funzionavano come un anti-furto (leggi paternità certa), oppure davvero veniva apprezzata la pelosità? Arriva poi anche un commento fem choice: “Personalmente riconosco il diritto ad ogni donna di scegliere se depilarsi o meno il che non significa essere libere se non depilate o schiave se sì. La scelta di per sé è indice di libertà.” Magari avesse ragione! La scelta NON significa affatto libertà. Nessuno può negare che noi si abbia la libertà di depilarci o non farlo, truccarci o meno, sessualizzarci con l’abbigliamento o infagottarci in un burqa, ma cosa c’è dietro quelle libere scelte? Un condizionamento e una aspettativa sociale? Sì certo, ma anche il peggio: la complicità con l’oppressore. Ne ha scritto la francese Manon Garcia nel suo saggio filosofico “On ne naît soumise, on le devient”, sottomessa non si nasce, si diventa: «Per me, quando si è una donna, il comportamento sottomesso è quello che viene prescritto e quindi quello che permette di essere meno punite socialmente. In realtà, una donna che non si sottomette, che non cerca di entrare in una taglia 42, che non sorride spiegando agli uomini quanto siano straordinari, sarà punita socialmente perché infrangerà le norme sociali che prescrivono la sottomissione».

Un rossetto, un ombretto, il mascara, il fondotinta, il tacco 12, gli hotpants, ecc. non sono il male assoluto in quanto tali, ma semplicemente rappresentano “codici di sottomissione”: quando ci trasformiamo aderendo ai canoni femminili imperanti non stiamo svelando la nostra vera essenza al mondo, ma la stiamo occultando. Per semplice paura della punizione che ci aspetta.

Allora sì, lo facciamo per noi stesse, perché la complicità nell’accettare la subordinazione non solo ci permette di essere meno socialmente punite, come dice Garcia, ma anche a mio parere perché acconsentire a considerare il nostro corpo imperfetto è un’ammissione di inferiorità biologica. E ammettere di essere inferiori è il massimo dell’erotizzante per le menti maschili plasmate al ruolo di dominatori nella gerarchia sociale. È lo specchio di Virginia Woolf, quello che ingrandisce l’immagine dell’uomo a più del doppio.

Possiamo venire fuori da tutto questo? Difficile, difficilissimo, perché è qualcosa che ci tocca nell’intimo, nell’autostima, nel senso di sé, tragicamente instabile in questa dittatura estetica. Se siete tra quelle che impiegano un paio d’ore per prepararsi prima di uscire, fate una prova: andate a un appuntamento con qualcuno sul quale volete fare colpo senza truccarvi, andate a una serata speciale con la vostra faccia struccata e senza tacchi, a un incontro importante di lavoro senza tingervi i capelli grigi; provate sulla vostra pelle ad essere eversive e poi ditemi se non vi siete sentite di merda. Eppure gli uomini lo fanno ogni santissimo giorno della loro vita, perché loro sono perfetti al naturale, e hanno il diritto di essere grigi, pelati, vecchi, grassi e pelosi. Voi no, e  per questo quando dite “lo faccio per me stessa” state dicendo che non potreste sostenere la punizione sociale che spetta a ogni atto eversivo. Anzi addirittura può succedere che lo facciate per voi stesse perché questo vi garantisce una quota di potere, che il sistema patriarcale cede solo alle dominate e complici, soprattutto quelle che si sessualizzano come oggetti. E tutto questo ci succede a prescindere dall’essere persone geniali o ottuse, intelligenti o stupide, colte o ignoranti, sensibili o stronze, generose o avare, perché non ha nulla a che vedere con il nostro valore di persone. Ognuna di noi modifica il proprio corpo per poter essere a proprio agio con le pressioni sociali che riceve, e ognuna ha i suoi punti deboli e le pratiche estetiche alle quali non rinuncerebbe mai, pena sentirsi svilita, perché è di questo che stiamo parlando, del nostro fottuto valore di mercato. Ovviamente anche io ho i miei punti deboli, e per questo mai mi sognerei di dire a una donna che non deve adottare un certo codice di sottomissione. Lo scopo di questo post é solo analizzare gli elementi e demolire la frase “lo faccio per me stessa”, perché é una mezza verità che occulta quello che ci ostiniamo a non voler vedere.

Per aver affermato che siamo tutte in qualche modo condizionate dai canoni estetci e dagli stereotipi di femminilità artefatta, una donna in un commento ha scritto riferendosi a me “La sovradeterminazione per me é indice di un personale politico molto poco elaborato o comunque mancante di autenticità personale o politica” e poi mi ha cancellata dalle sue amicizie. Non sono evidentemente riuscita a comunicare in modo efficace e spero che questo post chiarisca la mia posizione sull’argomento. Sono anni che elaboro, direi da tutta la vita, e mi adopero come posso per diffondere la consapevolezza che c’è solo una cosa che ci sovradetermina, e si chiama patriarcato.

Betty Argenziano —.> vi consiglio anche il sequel Ma io sono consapevole is the new Ma io lo faccio per me stessa

 

E una volta che avete incarnato tutti i codici di sottomissione… Teresa Cinque con la l’ironia che la contraddistingue dice molto più di tante parole.