Il #25 novembre e la paura di chiamare le cose con il proprio nome

È un rito macabro, il 25 novembre contiamo le donne morte ogni anno. In Italia ogni 72 ore avviene un femminicidio, che non è un omicidio qualunque, ma un assassinio basato sul genere. E poi la lunghissima teoria di stupri, molestie, maltrattamenti, sfruttamento. Le statistiche riportano la situazione nazionale, omettendo la violenza pandemica che colpisce le donne e le bambine in tutto il mondo: dalle mutilazioni genitali ai matrimoni precoci, dalla prostituzione all’utero in affitto, dal divieto di contraccezione e aborto, all’impossibilità di nutrirsi adeguatamente o istruirsi. Non vado oltre, perché il numero delle violenze agite sul corpo e la mente delle donne è sconfinato, un raccapricciante lungo elenco di sopraffazioni, talmente numerose da sostanziare le pagine del libro Alle donne piace soffrire? Siamo seri, vogliamo davvero eliminare la violenza? Allora prendiamo il coraggio di parlare di uomini e addestramento sociale alla sopraffazione, di senso del possesso e di dominio, di coltivazione del complesso di superiorità. Parliamo di virilità tossica e  gerarchia di genere, parliamo di classi inferiori che garantiscono i privilegi di quelle superiori. Parliamo soprattutto di educazione di genere imbevuta di pregiudizi e stereotipi sessisti, parliamo di disprezzo del femminile che i bambini e le bambine apprendono fin dai primi anni di vita. La violenza NON è UN PROBLEMA INDIVIDUALE di UN uomo che picchia, uccide, violenta: non è la gelosia o la passione incontrollabile, e neppure la depressione o la vendetta a spingere un uomo a privare una donna della vita, ma la sua incapacità di gestire sentimenti come il fallimento e l’abbandono che sviliscono la sua “virilità sociale”; ma è soprattutto il senso del possesso di un essere ritenuto inferiore, un mero corpo di servizio per il sesso, la riproduzione e la cura gratuita. Quella del “gigante buono” è una squallida narrazione del regime patriarcale per negare le profonde responsabilità della società, che è il primo mandante di questi crimini di genere.
Non vogliamo cambiare nulla nell’educazione? Allora siamo condannate alla violenza degli uomini sulle donne.

Come farsi del male da sole. La campagna Posto Occupato, pur con le migliori intenzioni di non dimenticare le donne morte vittime di femminicidio, ha scelto un simbolo assurdo, che qui non riporto perché lo reputo autolesionistico, ma lo trovate in Rete: la silhouette di un pezzo di donna sessualizzata dall’onnipresente tacco 12 e da una minigonna, un tutt’uno con la sedia, un coltello e sangue grondante; sembra la locandina di un film pulp anni Settanta, che erotizza un crimine osservato dal buco della serratura. La donna-silhouette è essa stessa una sedia: lo schienale si confonde col seno, e manca la testa; disumanizzata e somigliante in modo agghiacciante al concetto della poltrona trafitta dalla frecce di qualche mese fa, un’altra oscena e fuorviante rappresentazione della violenza sulle donne, dove gli uomini scompaiono come per magia. La magia del patriarcato. Se noi stesse ci rappresentiamo con un logoro stereotipo, che speranza abbiamo di venirne fuori?

Per il 25 novembre rappresentiamo la violenza sulle donne con mocassini da uomo.

Cambiamo la narrazione della violenza degli uomini sulle donne, basta scarpe rosse ogni 25 novembre: assurde scarpe con tacchi sperticati e punte estreme, simboli di un erotismo maschile stimolato dalla disabilità inflitta al corpo delle donne; scarpe che sono la versione benevola dei piedi di loto, decisamente meno crudeli certo, ma nati dalla stessa logica: l’estetica della disabilità. L’epidemia di scarpe rosse col tacco erotizzano il crimine con un macabro voyeurismo e nascondono chi agisce violenza: per il 25 novembre rappresentiamo la violenza sulle donne con mocassini da uomo.

Così mi sono vista costretta a creare io stessa un’immagine per questa tragica giornata che non dovrebbe esistere nel calendario, e nominare la ricorrenza senza aver paura delle parole: #25novembre, Giornata Mondiale Contro la Violenza degli Uomini sulle Donne. Sì d’accordo, è un po’ pulp anche la mia immagine, ma almeno è rappresentato il problema, non una vittima sexy.

Guardiamo in faccia alla violenza patriarcale che indossa comode scarpe da uomo e cominciamo a lavorare all’educazione delle nuove generazioni all’uguaglianza e alla lotta ad ogni forma di razzismo. Altrimenti teniamoci la violenza e non sprechiamo tempo in tanti bla-bla-bla.

25 novembre3

 

È perciò assolutamente necessario considerare la violenza non come fatto individuale ma esplicitamente come prodotto della società e manifestazione dei rapporti di classe tra uomini e donne. (Paola Tabet, dal libro “Le dita tagliate”)