I MISERABILI E LA FEMMINILITÀ

Womanpower_logoUno dei modi più miserabili per stare al mondo è quello di sentirsi superiori sminuendo gli alti; ne sono un tipico esempio il razzismo, ma  per estensione del fenomeno ancora di più la misoginia, che da diverse migliaia di anni a questa parte è la forma di razzismo più diffusa al mondo e la meno riconosciuta. A cosa serve sentirsi superiori, oltre a gonfiare l’ego come un pallone aerostatico? Serve a sfruttare gli altri; nel caso della misoginia in particolare lo sfruttamento delle donne procura: sesso, produzione a costi inferiori o gratuita, procreazione. I corpi delle donne nell’era patriarcale sono corpi di servizio.

Ho ascoltato il dialogo tra Michela Murgia e Raffaele Morelli del 24 giugno su Radio Capital, nel quale lei ha tenuto una condotta ineccepibile durante l’intervista nonostante le risposte di Morelli riflettessero un pensiero talmente superato nel mondo Occidentale da lasciare Murgia tra l’esterrefatto e il divertito: affermare che il “femminile” nella donna è innato, proprio quel “femminile” posticcio che ci rifila la cultura maschilista dalla culla in poi, significa non aver dedicato molto tempo negli ultimi anni ai cosiddetti studi di genere, e per uno che scrive libri divulgativi che a occhio e croce sono destinati per il 90% ad un pubblico di lettrici, diciamo che si tratta di una débâcle anche professionale (potremmo serenamente definirla una strepitosa figura di merda).

Ora visto che al Morelli piace tanto scrivere ma forse non molto leggere e aggiornarsi, sono qui a proporgli due interessanti letture: la prima è un libro che toglierà un bel po’ di muffa dal suo sguardo sulle donne, e sicuramente lo lascerà sbalordito nell’apprendere che vive completamente scollato dalla realtà, se non ha percepito le forzature culturali che plasmano gli individui sino dai primi mesi di vita.

Rossella Ghigi, “Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta”, Il Mulino, Bologna 2019. Questo libro per me è una pietra miliare nella lotta contro la misoginia. La prof. Ghigi insegna “Sociologia della famiglia” a Bologna, e io le sono profondamente grata per ogni pagina del suo libro. É più di un anno che mi riprometto di recensirlo, devo farlo al più presto perché è un libro importante.

Il secondo libro l’ho scritto io, si intitola “Alle donne piace soffrire?”: all’interno ci sono molti capitoli che potrebbero svecchiare il pensiero stantio, per non dire rancido, del Morelli. Non lo chiamo professore perché non mi sento in tutta onestà di essere ossequiosa nei confronti di un tizio che pretende di aiutare gli altri a stare meglio quando lui sta messo così, cito sue parole testuali dall’intervista:

“sei qui per farmi solo domande cretine o vuoi farmi domande intelligenti e capire?”

rivolto alla impeccabile Murgia, per poi finire con un “zitta, zitta o me ne vado!”, Murgia che lo invita serenamente a togliere il disturbo, e lui che abbandona l’intervista buttando giù il telefono. Io fossi messa così mi farei vedere da una brava.

Tornando al mio libro, il secondo Capitolo cade proprio a pennello perché si intitola “La Femminilità, questa sconosciuta” e per invogliare il Morelli ad avvicinarsi ad un mondo che sembra non essergli noto, propongo un estratto:

“Che cos’è la femminilità? Non so rispondere a questa domanda, pur disponendo di tutta l’attrezzatura predisposta dalla Natura per definirmi donna. Un piede che calza un tacco 12? Una minigonna, una scollatura generosa, un rossetto di fuoco, il mascara e il kajal, le unghie laccate, la biancheria intima sexy? Se tutto ciò fosse femminilità, varrebbe in ogni luogo e in ogni tempo. Non è così, perciò la risposta è no, questa non è la femminilità. Dovrebbe invece essere qualcosa di intrinseco, spontaneo, qualcosa di vero, gratuito, naturale, qualcosa che semplicemente siamo, il nostro personale contributo del 50% nel viaggio antropologico con il maschio della specie. Dovrebbe essere una semplice questione di design stabilito dalla Natura.

La verità è che non sappiamo cosa sia la femminilità, ci siamo accontentate di quella posticcia che si appiccica addosso come un post-it con scritto “femmina” e si toglie con un batuffolo di cotone prima di andare a dormire. Se pensate che si possa benissimo vivere ignorando cosa sia la femminilità, è vero si può e lo facciamo da migliaia di anni, ma è come guardare il cielo riflesso in una pozzanghera invece di alzare la testa, o come essere doppiate tutta la vita dalla vocina stridula di Minnie, la fidanzata di Mickey Mouse; è come essere sempre personaggi secondari, doppiati fuori sincrono e con le battute sbagliate. È una forma di ipocondria indotta, che ci induce a sentirci zoppe e camminare tutta la vita con le stampelle, quando invece potremmo vincere una maratona.”

Nel mio libro troverà molti esempi di femminilità posticcia, quelli che ci rubano energie, tempo, denaro, concentrazione, e in cambio aumentano il nostro “valore di mercato” di oggetti costruiti per il desiderio maschile; non siamo persone, siamo cose da possedere, come dimostrano gli stupri, i femminicidi (due oggi), le molestie. Troverà anche le innumerevoli violenze che si perpetrano nel mondo sul corpo delle donne, atroci mutilazioni genitali, matrimoni precoci, gravidanze non volute, e così via, un lunghissimo elenco di femminilità da accapponare la pelle. Forse come me piangerà anche lei Morelli vedendo le foto di una ragazza africana appena mutilata nei genitali che sta per morire dissanguata in modo molto femminile. Le può trovare su Internet. 

Ecco Morelli, la femminilità come la intende lei (la radice della donna) semplicemente NON ESISTE. La femminilità non appartiene alle donne, ma agli uomini che l’hanno inventata: la femminilità è lo strumento che gli uomini hanno utilizzato per dare corpo alla loro misoginia, e all’obiettivo di dominio e sfruttamento del 50% della popolazione mondiale; la femminilità è un sistema di sviluppo socio-economico basato sullo sfruttamento di persone considerate inferiori, le donne. In quanto inferiori, le donne in migliaia di anni di patriarcato hanno subìto la femminilità, divenendone vittime inconsapevoli: oggetti sessuali, produttrici di mano d’opera e di carne da macello per tutte le guerre volute dagli uomini, e infine sfruttate nel lavoro domestico, di cura e produttivo, in modo che non abbiano mai tempo da dedicare alla conoscenza, alla ricerca, all’invenzione, o anche solo al proprio piacere.
La femminilità le donne l’hanno sempre subita come si trattasse di una ineluttabilità biologica, quando invece è sempre stata una perversa costruzione culturale a scopo manipolatorio. È così che ci avete tenute lontano dalla conoscenza, è così che avete rinunciato al nostro ingegno per migliaia di anni, solo per sentirvi superiori. E, per concludere, non è che abbiate fatto un gran lavoro a giudicare dai disastri ambientali e dalla infelicità che affligge la specie umana in tutto il mondo, e che non si risolve con le benzodiazepine, ma con una autentica rivoluzione umana, dove i vari Morelli, Sgarbi, Cremonini & Co. sono un passato da dimenticare.