Il corpo degli uomini

Scenario 1. Estate, spiaggia italiana. Corpi. Corpi di donna esposti: glutei che fuoriescono con prorompenza dai costumi, seni esaltati da reggiseno imbottiti, brillantini come luci di Las Vegas che richiamano lo sguardo. Corpi di uomo: come costume bermuda enormi e informi, accompagnati da addomi e pettorali cui non è stata dedicata molta attenzione dai propietari, che tanto gli uomini vanno bene con qualunque corpo; ci manca solo che abbiano la canottierina a coprirli e siamo ai livelli di inizio Novecento.

foto dal Web

Scenario 2. Estate, strada urbana pedonale. Corpi. Corpi di donna esposti: hot pants incuneati tra i glutei, profonde scollature, vestiti attillati, piedi nudi nei sandali. Corpi di uomo coperti: pantaloni lunghi, al massimo bermuda al ginocchio, scarpe chiuse, niente di attillato.

Scenario 3. Estate, ufficio. Corpi. Corpi di donna esposti, vestiti attillati, vestiti corti, vestiti trasparenti. Piedi nudi nei sandali. Corpi di uomo coperti: pantaloni lunghi, scarpe chiuse, camicia maniche lunghe. Aria condizionata al massimo.

Dell’esposizione del corpo delle donne nella cultura Occidentale abbiamo ragionato in altri post, come quello sul sexage, o quello sulla nudità che sostanzia la femminilità. E il corpo degli uomini? È scomparso dall’immaginario collettivo in modo proporzionale alla diffusione ecumenica di nudità femminile, all’inflazione di labbra abnormi, seni prorompenti, glutei pneumatici; nei media, nell’arte, nella fotografia, o semplicemente per strada è impossibile vedere un bel corpo di uomo, un corpo curato, allenato, tonico. La scusa degli uomini è che il corpo femminile è “più bello”, ma la verità è un’altra e coinvolge una roba grossa, quella che fa girare il mondo: il desiderio.

Nella gerarchia sociale e sessuale le donne sono oggetti del desiderio maschile, e quindi esposti; i corpi maschili appartengono a soggetti sessuali e quindi occultati. Il corpo maschile si è sottratto allo sguardo, ma sottraendosi al desiderio femminile ha modificato la sessualità della donna come soggetto agente, relegandola al ruolo secondario di oggetto del desiderio altrui. La pornificazione del corpo femminile è l’apoteosi di un processo tristemente noto nella cultura patriarcale, ovvero il “contenimento” della sessualità femminile: dalla morale alla religione, dalle cinture di castità alla mutilazione genitale femminile, si sono inventati di tutto per addomesticare le donne.

Ma torniamo al corpo degli uomini. Si può affermare senza tema di smentita che tra le varie estinzioni di massa in corso sul Pianeta Terra, ci siano anche i glutei maschili, per intenderci quelli esemplari modellati nella scultura classica antica (vedi il doriforo di Policleto, che di solito è fotografato solo di fronte).

Lato B del doriforo di Policleto

Quest’estate per esempio ho visto un solo uomo con glutei ancora vitali, fasciati in uno slip da nuoto su una spiaggia dell’Elba; tutti gli altri, dalle spiagge alle strade di città e di montagna, erano occultati da pantaloni larghi col cavallo basso: in sostanza sembravano glutei inesistenti, atrofizzati, secchi. Provate ad osservare per strada l’abbigliamento di una coppia: lei enfatizza i glutei con l’abbigliamento esaltandone la “penetrabilità”, ossia l’essenza stessa dell’oggetto sessuale; lui invece esattamente il contrario: i glutei sparisco – forse non sono mai esistiti – dietro tessuti cascanti. Stiamo parlando di caratteri sessuali secondari, il linguaggio animale del corpo: avere dei glutei visibili implica la possibilità di provocare desiderio, femminile e/o maschile, e gli uomini etero sono terrorizzati dal possedere una parte del corpo penetrabile, perché la penetrabilità svilisce la loro virilità. È da subalterni. Ma non va sicuramente meglio con il lato A, i genitali: il pantalone largo, in città, al mare, ovunque, è la divisa mimetica che sottrae i genitali al confronto, e quindi alla competizione con gli altri uomini, ma soprattutto li sottrae al desiderio di donne etereo e uomini gay, che nella gerarchia patriarcale sono subalterni, ossia oggetti sessuali.

Troisi e Benigni con le calzamaglie Quattrocentesche in “Non ci resta che piangere”

Eppure ci sono stati periodi storici nei quali il “pacco genitale” maschile era esaltato dall’abbigliamento, pensiamo al Quattrocento (memorabile la calzamaglia di Troisi e Benigni in “Non ci resta che piangere”), e più recentemente negli anni Settanta, quando gli uomini vestivano jeans attillatissimi: era l’epoca immediatamente successiva alla Liberazione Sessuale delle donne, che con gli anticoncezionali, l’aborto e il libero amore uscivano da millenni di oppressione patriarcale riappropriandosi del proprio corpo e del proprio desiderio.

Da VanillaMagazine: moda anni Settanta.
Da VanillaMagazine: moda anni Settanta, con esplicito riferimento alla visibilità della dotazione genitale.

Ma il patriarcato non concede mai nulla senza poi riprendersi tutto, altrimenti l’avremmo già fatto estinguere: gli uomini si sono disfatti dei jeans aderenti perché i medici dicevano che rendevano sterili (effetto collaterale auspicabile alla luce dei quasi 8 miliardi di esseri umani sul Pianeta), e piano piano hanno sottratto il proprio corpo allo sguardo femminile. Nessuno ha mai voluto donne veramente libere. Per questo oggi nella nostra cultura Occidentale credo che coprirsi sia un atto rivoluzionario per le donne; come pure riappropriarsi del proprio desiderio come soggetti sessuali, squadernando sceneggiature stantie dove le donne sono solo comparse.