Tecniche collaudate di svalutazione delle donne: il “sallusting”

Ciò che non possiede un nome non esiste. Esiste solo come umiliante sensazione dai contorni indefiniti. L’unico modo per rendere visibile agli occhi di tutti – soprattutto quelli degli uomini – la discriminazione di cui noi donne siamo vittime, nelle forme più palesi come in quelle più subdole, è poter nominare quella sensazione. Per esempio grazie alla scrittrice statunitense Rebecca Solnit, diamo un nome alla sgradevole sensazione che ognuna di noi sperimenta almeno una volta nella vita (ma purtroppo anche più volte al giorno), nella quale un uomo dimostra “eccesso di sicurezza e mancanza di competenza” conversando con una donna più competente, ovvero il mansplaining. Mi è capitato di pensare “ma guarda questo che ha la terza media e mi spiega l’architettura”: oggi lo accuso di mansplainig, ha finalmente un nome essere dei sessisti palloni gonfiati.

Ora dobbiamo dare un nome ad un’azione odiosa che ha per scopo – tanto per cambiare – sminuire l’autorevolezza di una donna, “rimetterla al suo posto” di comparsa, che i protagonisti sono solo uomini: accade ogni giorno negli ambienti di lavoro che alle donne ci si rivolga chiamandole per nome mentre agli uomini ci si rivolge chiamandoli per cognome: non avete idea quanto mi ribolle il sangue ogni volta, ho dovuto più volte negli anni chiedere esplicitamente di correggere questa abitudine a chi ripetutamente mi chiamava Elisabetta, mentre usava il cognome per gli uomini; uomini che tra l’altro poi si sentono autorizzati a chiamarti per nome anche se li hai appena conosciuti e vi date del lei. Dobbiamo alla giornalista Concita De Gregorio il merito di aver scoperchiato il bidone della spazzatura sessista dicendo ad Alessandro Sallusti “lei non deve chiamare me per nome e tutti gli altri per cognome”. Anche nello studio di La7 si è ripetuto il medesimo meccanismo di difesa al quale ho assistito innumerevoli volte in ambiente lavorativo: l’accusato di sessismo reagisce utilizzando il titolo accademico o professionale della donna, affinché lei appaia meschina nella propria spocchia (nonostante quel titolo lei se lo sia conquistato con impegno e talento). Così ha fatto Sallusti con De Gregorio, chiamandola dottoressa e professoressa, fingendo di non capire che non gli si stava chiedendo deferenza o untuosa ossequiosità, ma rispetto. Il rispetto che Sallusti riservava solo agli uomini. Si è arrampicato sugli specchi in un modo davvero penoso, e Giovanni Floris è stato anche peggio: Concita, fattela una risata. Parola d’ordine tenere fuori dal discorso politico ciò che è l’essenza del politico, il sessismo.

Ogni volta che accade penso a una vecchissima pubblicità in bianco e nero dell’olio Sasso, dove il protagonista chiamava la domestica nera Matilde, e lei lo chiamava signore. O anche la contessa dei cioccolatini con il maggiordomo Ambrogio: quando chiami per nome qualcuno che ti chiama per cognome, stai creando una gerarchia. Punto.

Questa ennesima strategia maschilista per mortificare le donne deve avere un nome, deve poter essere nominata e combattuta: propongo il sallusting. Fatemi sapere cosa ne pensate, mi trovate su facebook.


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