DOPPIO STANDARD

“Se lo fa un uomo è uno stallone, se lo fa una donna è una troia”: questo in sintesi il concetto di doppia morale rappresentato nella mia elaborazione grafica e nella storia che andiamo a raccontare.

Firenze 2008, una donna di 22 anni, studente universitaria e di teatro, accusa sette uomini di stupro di gruppo. La violenza si consuma in un’auto, una notte nella quale la donna è sotto l’effetto dell’alcol.

Firenze 2015, Processo in Appello: il Tribunale di Firenze assolve gli imputati (a quel punto ridotti a sei).

2016, le avvocate Sara Menichetti e Titti Carrano dell’Associazione DiRE presentano ricorso alla Corte Europea per i Diritti Umani, e alla fine di maggio 2021 la Corte emette la sentenza: il Tribunale di Firenze ha violato l’articolo 8 della Convenzione sui Diritti Umani (diritto al rispetto della vita privata e dell’integrità personale); gli avvocati difensori degli imputati hanno usato la vita privata della vittima allo scopo di intaccare la sua credibilità: le domande sulla vita privata sono contrarie ai principi di Diritto Internazionale e Diritto Penale italiano in materia di tutela dei diritti delle vittime di violenza sessuale, per cui “la Corte Europea ha ritenuto che il linguaggio e gli argomenti utilizzati dalla Corte d’Appello trasmettessero i pregiudizi esistenti nella società italiana per quanto riguarda il ruolo delle donne […].” (testo tradotto dalla sentenza in inglese).

Il Tribunale di Firenze ha quindi operato una vittimizzazione secondaria applicando in sostanza il “doppio standard” culturale: nel corso dei vari gradi di Giudizio i difensori hanno portato in Tribunale informazioni non pertinenti al reato di stupro, utilizzate per delegittimare la testimonianza della donna; è emerso che la giovane aveva interpretato una prostituta in cortometraggio girato con uno degli imputati; è stato reso noto che la donna è bisessuale e intratteneva rapporti occasionali, tutti aspetti della vita che non dovrebbero avere alcun peso né in un Tribunale né fuori di esso; la sera dello stupro la giovane aveva “addirittura” mostrando lembi della propria biancheria intima di colore rosso.

In forza dei “pregiudizi esistenti nella società italiana per quanto riguarda il ruolo delle donne“, la vita della giovane sotto la lente di ingrandimento si è trasformata in un concorso di colpa allo stupro, giacché queste cose non succedono alle donne con il lucchetto ben chiuso! Purtroppo invece possono succedere a tutte le donne, anche a quelle chiuse in convento, persino ad una ottuagenaria, perché la cultura dello stupro non ha nulla a che vedere con il desiderio sessuale e tutto a che vedere con l’esercizio di potere, il desiderio di dominio e di annichilimento della vittima.

Non è raro che le donne vittime di violenza rinuncino a denunciare uno stupro, ed è solo per non vedere questo scempio: la propria vita messa sotto il microscopio alla ricerca di condotte che sono “immorali” solo per una donna, in virtù del doppio standard. Speriamo che questa sentenza della Corte Europea per i Diritti Umani apra una nuova fase nei Tribunali italiani e, di riflesso, nella società italiana.