La bellezza è una allucinazione collettiva

penelope-cruz-senza-trucco-a– Alle donne piace soffrire? – chiedo.

Togli pure il punto interrogativo – rispondono tutti in coro.

Soprattutto gli uomini sono certi che noi si possieda una vena masochistica: lo dicono mentre ci guardano dall’alto con un misto di sufficienza, compiacimento, e una punta di apprensione per un imprevedibile scatto di instabilità emotiva. Le donne invece pensano all’istante la domanda sia riferita alla sfera sentimentale, e perciò senza alcuna esitazione rispondo «Sì!!!», con l’entusiasmo riservato all’incontro con qualcuno che parla la tua stessa lingua, e subito le vedi con lo sguardo perso nel vuoto riesumare la loro personale collezione di grandissimi bastardi.

Quando poi spiego che il libro racconta le sofferenze fisiche che la donna si infligge per ottenere una “femminilità” che curiosamente non le appartiene al naturale, beh a quel punto le donne cadono dalle nuvole e giurano che no, loro non soffrono affatto per essere femminili. Negazione quasi a 360°. Sono disposte ad ammettere l’esistenza di una sola pratica dolorosa: la depilazione. Non stento a crederlo, la natura ci ha dotate di un vello più o meno folto, siamo piene di peli in tutto il corpo a volte anche più di un uomo, ma a noi non è consentito tenerli. Da sempre. Abbiamo un curriculum di migliaia di anni: strappare, tagliare, bruciare, sciogliere con pozioni caustiche. Migliaia di anni a guaire e ululare di dolore, come racconto nel libro.

Ma tutto il resto della immane fatica di “apparire femminile” non è percepito come una sofferenza; tutta quella montagna di tempo passata al “trucco e al parrucco”, tutti i soldi spesi in prodotti cosmetici, tutto il dolore di indossare scarpe acrobatiche maciulla-falangi, vestiti scomodi, biancheria intima con perizomi che ti segano in due le pudenda e reggiseni che tolgono il respiro, le unghie finte, lo smalto pure sui piedi, le diete, il rincorrere modelli estetici irraggiungibili, e chi più ne ha più ne metta, tutto è stato assimilato dalle donne come semplice routine. Come mangiare e respirare. È una necessità e per questo non provoca nessuna sofferenza. Nessuna sofferenza cosciente. Beauty care, che detto in inglese sembra meno una clamorosa inculata.

Ora, siccome sono donna, so che affermando che non soffrite affatto, vi si è allungato il naso di un metro e mezzo. Prendiamo le scarpe. Quante calzature comode avete nella scarpiera? Probabilmente meno del 10%, comprese le pantofole. Nella nostra mente si formano equazioni inevitabili:

scarpa comoda = terza età

terza età = evanescenza sociale

Così non importa se camminiamo come un puledro appena sgusciato fuori dalla placenta, se oscilliamo all’indietro come Keanu Reeves quando scansa i proiettili in Matrix (ma senza il suo rallentì). Chi se ne accorge se ci fa male ogni singolo ossicino del piede, chi se ne frega se tra qualche anno dovremo intervenire chirurgicamente su quell’abnorme cipollotto di alluce valgo, che fuoriesce deforme dalla scarpa e vi parla di un destino di babbucce della nonna. Tanto succederà “un domani” lontanissimo. No, “la scarpa alta è sexy”. E noi non sentiamo neanche di soffrire, perché tutto il dolore per essere femminili non lo percepiamo come una imposizione: infatti siamo libere di indossarle o non indossarle, per carità! Peccato che senza tacchi noi si sia poco più di un blob asessuato. Così la società ci ha addestrate: disposte a sacrificare la salute del nostro corpo e cospicue quantità di tempo e denaro in cambio di una identità sessuale che non ci spetta di diritto per quei due cromosomi XX. Noi non siamo femminili al naturale, siamo come un essere neutro, asessuato, ma direi di più: al naturale siamo in uno stato patologico di assenza di identità sessuale. Siamo “cessi” come afferma con ferocia misogina Dagospia proponendo una carrellata di star nella versione al naturale (cesso) e truccate (fighe), dal quale ho rubato le foto di Penelope Cruz e Sharon Stone.

sharon-stone-748054Per questo è imperativo “prendersi cura di sé stesse”. Cosa vuol dire prendersi cura di sé? Non significa mantenersi in salute, in forma, di buon umore, avere una sana sessualità, non significa conoscere, imparare, leggere, viaggiare, meditare, amarsi, aprire la mente, cercare nuovi stimoli, essere felice. “Prendersi cura” per noi significa “curare qualcosa di malato”, ossia trasformare il nostro essere cessi al naturale. Rincorriamo quindi una femminilità da mettere nel carrello della spesa, quella che non ci appartiene per costituzione. Non sei abbastanza donna senza tutte quelle cose posticce che la sera ti lavi via prima di andare a letto. E DEVI farlo, perché se non aderisci ai canoni estetici imperanti, perdi il senso di appartenenza al tuo genere, e finisci nel limbo dei cessi. Se non ti “prendi cura di te stessa”, oltre ad essere un cesso, ti verranno appiccicate addosso altre etichette, come depressa. Sto esagerando? Non credo proprio, se una filosofa e scrittrice come Michela Marzano terrà a Sassuolo il 17 settembre alle 18 una Lectio Magistralis su Corpo – Immagine – L’imposizione dei canoni estetici. E non dimentichiamo Il Mito della Bellezza di Naomi Wolf (1991, Mondadori, esaurito ma lo trovate in qualche biblioteca), che ha mirabilmente raccontato questa schiavitù sociale, che è oggettiva, crudele e intramontabile.

Ma non finisce qui. Il vostro naso, il naso di quelle che negano la fatica e la sofferenza di essere femminili,  si allungherà ancora quando vi sentirò dire “ma io non lo faccio per gli uomini, “LO FACCIO PER ME STESSA”. Ecco, “lo faccio per me stessa” è la regina delle bugie e il naso vi diventerà lungo come una Sequoia sempervirens della California. Lo facciamo per noi nella misura in cui detestiamo la nostra faccia al naturale, perché sembriamo sciape e malaticce, perché senza trucco siamo giudicate cesse. Senza trucco ci sentiamo spente, con i contorni incerti, Stregatti che svaniscono, invisibili. Lo facciamo perché questa società maschilista per tradizione millenaria vuole controllarci, vuole che la donna abbia un senso di sé instabile in modo permanente. Ma soprattutto perché vuole i nostri soldi. Tutti quei soldini che spendiamo per diventare femminili e che vi riassumo:

cosmetica= 10,5 miliardi di euro (fatturato Italia 2016)

abbigliamento femminile= 12,8 miliardi di euro (fatturato Italia 2016)

calzaturiero= 9,5 miliardi di euro (fatturato Italia 2016)

intimo= 110 miliardi di euro (fatturato mondiale 2016)

All’industria non gliene frega niente della nostra identità di genere, ma gli va benissimo che la nostra sia incerta e necessiti di stampelle. Agli uomini va’ benone, perché così saremo sempre un passo indietro: loro comodi in una mascolinità naturale, e noi a desiderare che esista un Photoshop che ci cambi i connotati per davvero. Ed esiste, è quel mostro chiamato chirurgia estetica: promette di aumentare “la sicurezza in sé stesse”, dopo averla demolita sistematicamente attraverso l’imposizione dei canoni estetici irraggiungibili. Puoi avere tutto basta pagare, la magrezza, il culo, il seno, le labbra, gli occhi, le rughe. Mai più cesso.

Tutto questo si chiama “controllo sociale di genere”. Così un genere controlla l’altro. Ma anche gli uomini sono condizionati, perché lo sapete la specie umana basa la sua organizzazione sulla stratificazione e il controllo. L’identità di genere maschile però si forma più con i comportamenti che con l’aspetto fisico: sono maestri nel reprimere le emozioni, avere coraggio, rischiare, competere, non avere paura, essere forti, essere ricchi, essere capaci, sviluppare la conoscenza. Poco male se si è cessi. Per le donne l’esatto contrario. Non avevamo bisogno di una dimostrazione, ma tale Alice Wu ha misurato il sessismo in ambito professionale nella sua tesi in economia all’Università di Berkeley in California.

Quindi in conclusione nessuno è libero di essere se stesso: ho scoperto l’acqua calda, ma giova ricordarlo perché è un vero peccato visto che di vita ce n’è una sola. Sogno ad occhi aperti la Rivoluzione.

Betty Argenziano

Vi invito a leggere il nuovo post sugli stereotipi di bellezza “LO FACCIO PER ME STESSA”,

 

 

35 Comments

  1. Direi che viene proposto un punto di vista sull’essere donna, femminile e piacente ai giorni nostri alquanto accattivante. Un tono piuttosto forte forse ma, grazie a Dio realistico, da una bella “svegliata” a chi avesse le fette di salame sugli occhi (non per trattamento viso però) 😜

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  2. Assolutamente d accordo. Ed è paradossale se si considera la sessualità maschile: detto in soldoni, agli uomini andreste bene pure cesse. È una competizione che non ha senso.

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    1. Non tutti gli uomini la pensano come te. A molti piacciono i feticci della femminilità culturale, e piace soprattutto che le donne si rendano più vulnerabili con le loro stesse mani. Prendi i tacchi. Le donne pensano di essere “femmine aggressive” col tacco e invece perdono stabilità e padronanza. Oppure le unghie lunghe che sanno tanto di belva,e in realtà le mani non le riesci più ad usare. Se smettessimo però sono certa che ci vorreste lo stesso. Per cui sono d’accordo con te… tanta fatica per niente!

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      1. Non fraintendere, a me piacciono moltissimo i trucchi, ed è ovvio che preferisco una ragazza truccata piuttosto che al naturale. Il punto è che non ha senso dal punto di vista “economico”: mi andreste bene “al naturale”, perché questa ferocissima competizione fra di voi?

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      2. Non è passato quell’altro mio commento. Vorrei però chiedere a Giacomo perchè le preferisci truccate? Apparentemente ti sei contraddetto, ma forse no, perchè appunto sai che il trucco comunica simbolicamente un qualcosa, insieme ai tacchi, molto convenzionalmente la voglia di piacere / piacersi, che però molte esprimono in modo diverso. E’ familiarità, mi sa creata dal martellamento delle immagini televisive. Ora sembrano anche molte di più a portare lo smalto. Prima non mi piaceva il trucco perchè mi comunicava insicurezza da parte delle donne, ora lo vedo come artistico e sembra quasi voglia farlo mio, si fa per dire, forse gli voglio dare un altro significato, la libertà per tutti/e di portarlo come non portarlo, cambiare look.
        Scusate il post superficiale.

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    1. A quasi tutte le donne piace truccarsi. Se ti trucchi vuol dire che la tua faccia al naturale non ti va bene. Su questo bisognerebbe riflettere non tanto per smettete di truccarsi ma anche solo per acquisire consapevolezza

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      1. Ah no. La mia faccia MI PIACE, ma truccarmi mi dà un piacere maggiore: decorarla come desideri e infonderle un carattere diverso per poche ore al giorno. Se tu vivi il trucco come IMPOSIZIONE, non vale per tutti. Non credi?

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      2. Ha ragione Viola, c’è anche il trucco artistico, ogni donna e, in rari casi uomo, lo vive in modo diverso. Quanto a Paolo, ne abbiamo discusso spesso, sono arrivato a che è certamente un condizionamento, ma non tutti i condizionamenti sono di per sè sbagliati se non sono vissuti come una costrizione. Sono scelte con conseguenze e molte di queste conseguenze dipendono dalla società. Per conto mio una donna può non truccarsi e depilarsi e troverà quello a cui piace, in fondo filtrerà così quello che fa per lei, dipende dall’importanza che gli dà. però si può anche rischiare diventi un fetish, ne sono consapevelo e non tutte vogliono essere ridotte ad un fetish, anche se non implica necessariemente un riduzione ad esso. Certo può diventare stressante dover approcciare uomini sapendo che questo punto dei peli e della loro assenza sembra assurto ad essere un simbolo irrinunciabile della femminilità. Vedetela così, però, verso gli uomini c’è già l’aspettativa di incassare il rifiuto ed è giusto e nella maggior parte dei casi meglio così che una relazione insoddisfacente senza la stessa attrazione da parte di entrambi, non significa che c’è nulla che non va in nessuno dei due necessariamente, manca solo la compatibilità. Ecco vale la stessa cosa per le donne, però può dare più fastidio ed essere frustrante sapere di venire rifiutate sistematicamente probabilmente solo per quello. Come molti uomini per la sola altezza bassa. E sapere anche che questo nemmeno aiuta ad evitare le violenze, checchè ne dicano i Messora sulla Boldrini partendo dal presupposto presunto e opinabile della sua non avvenenza.

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      3. Antome, io difendo a spada tratta il diritto di una donna di rifiutare di fare sesso con me perchè non è attratta dal mio corpo esile e preferisce i muscolosi, e difendo a spada tratta il diritto di una donna di fare sesso con un uomo perchè troppo basso o troppo alto, qualunque sia la ragione. Ci sono uomini che vanno matti per la peluria femminile (in certe zone) e uomini a cui non piace, io difendo a spada tratta il diritto di questi uomini ad avere i loro gusti e a rifiutare sessualmente le donne per via del pelo, della stazza o di qualunque altra ragione e ripeto le donne hanno il diritto di rifiutare gli uomini per gli stessi motivi. I nostri gusti sono liberi, non esiste condizionamento.
        E’ brutto ce la donna dei nostri sogni ci rifiuti perchè fisicamente non siamo belli per lei? Certo che è brutto ma è una frustrazione che fa parte della vita e va affrontata; e devono affrontarla anche le donne rifiutate sessialmente ; un uomo ha diritto di dire “no, non sono attratto fisicamente da te” e una donna ha il diritto di dure “no non sono attratta fisicamente da te”. E ovviamente ci sono donne estimatrici del pelo e donne che schifano gli uomini pelosoni e hanno diritto di schifarli.
        Difendo il diritto di uomini e donne a schifare certi corpi e a non voler fare sesso con chi ha quei corpi, perchè si preferiscono altri corpi. Per “schifare” non intendo offendere in faccia, si può rispettare qualcuno ance se non ci piace il suo aspetto, ma se non siamo attratti non siamo attratti, non è condizionamento sono gusti legittimi

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      4. Lo difendo a spada trattissima anch’io, non preoccuparti, che vai a pensare ho detto non per nulla che è giusto incassare il rifiuto e non prenderla troppo a male, anche se in certi casi ci si può rimanere peggio (dipende dal modo), proprio perchè si capisce che se il proprio amore, combinato al desiderio è imprescindibile dalla felicità dell’altro/a, e dovrebbe sempre esserlo, si può solo prendere atto che l’eventuale rifiuto significa solo che l’altro non sarebbe felice con noi, tutto qui, e bisogna passare oltre, se ci stesse per pena infatti, nessuno dei due starebbe bene. Anche se qualcuno ci potrebbe dire che siamo ingenui, chi parla di felicità quando si tratta solo di sesso? E invece no, anche in quel caso, fosse per una settimana o un giorno, bisogna essere felici entrambi di farlo.
        Felici ovviamente non in modo astratto, tengo a precisare, con tutte le difficoltà direttamente proporzionali (nel senso che aumentano, tendenzialmente) alla durata del rapporto.
        Quale che sia il motivo e quali che siano i condizionamenti dietro. Che ci siano dei condizionamenti non inficia la legittimità immediata del gusto. Che una tarantola possa piacere o no da mangiare è frutto di condizionamenti il che non rende più o meno legittimo mangiarla, rifiutarla. E’ del tutto personale cercare o meno di vincere il condizionamento e non c’è giustizia di mezzo come per il caso della razza e del sessismo. Dove vivo, in Sardegna, piace il formaggio marcio in alcune zone, alcuni lo provano altri no e io no di certo, ma la cultura può creare un abitudine. Nelle preferenze entrano in gioco aspetti innati che tu giustamente rilevi e altri culturali, che interagiscono sempre, ma non rendono meno legittimo un gusto.
        Senza più condannarlo mi limito ora ad analizzarlo storicamente.

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      5. se una donna non è attratta fisicamente da certi uomini ma da altri sono gusti suoi rispettabili e genuini e jon vanno minimamente criticati, lo stesso per gli uomini verso le done (in ambito etero ma per i gay è lo stesso). gl stereotipi di genere sono una cosa diversa: una donna a cui piacciono i muscolosi non è stereotipata come non lo è una a cui piacciono i gracili, se io non sono attratto dalle persone obese non sono stereotipato e non accetto che mi si dica che lo sono! C’è chi è attratto/a dalle persone grasse e ha diritto di esserlo

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      6. Non intendevo paragonare persone al cibo, ma intendo dire che al di là di alcune esigenze base, gran parte dei nostri gusti sono “conditi”, poi chiaramente ognuno di noi agisce in autonomia nel formarseli ed evolverli. Sì penso che l’orientamento sessuale sia in buona parte innato, ma le varianti di come si concepisce l’estetica, cosa si trova attraente a livello di carattere, compatibilità, ha alcuni strati magari innati ed altri fortemente sociali, poichè noi ci evolviamo nel contesto sociale.
        Ricadiamo sempre nella depilazione, ma quello è un gusto, assolutamente legittimo se esercitato nel rispetto della persona, decisamente non innato, cosa c’è di innato in qualcosa che è stato suscettibile di così tante evoluzioni e cambiamenti, dalle ascella alla vagina-inguine? L’avere una forte avversione in quest’ultimo caso è un condizionamento alquanto forte, del quale si diventa difensivi nella misura in cui lo si considera indiscutibile e naturale. E’ un’estetica che ha qualche vaga attinenza con la distribuzione statisticamente minore e diversa dei peli in base al genere e l’esagerazione idealizzata di questo tratto come “iperfemminile”. Ma è un gusto in gran parte acquisito. Poi è legittimo, come la preferenza per la muscolatura, la quale, che dire in alcuni casi rappresenta salute, prendersi cura di sè, questo può essere l’aspetto istintivamente innato di tale gusto (comunque come dici giustamente non comune a tutte), ma il mio non è un processo. Si possono vedere stazze grosse come più maschili, che possono avere il loro fascino, e statisticamente sono più presenti tra gli uomini. Poi ovvio che, soprattutto al giorno d’oggi, (ma non solo) ci sono uomini con donne più robuste, per dire, ovviamente ad un tasso che riflette la statistica, infatti qui parliamo della fisicità, dove è normale che ci siano differenza :).
        Come detto però ci vuole consapevolezza. Siamo d’accordo però che questa preferenza non è tossica come lo stereotipo dell’uomo poco emotivo, la donna poco razionale, altrimenti poco femminile, con concetti di femminile e maschile dati da interessi nettamente separati o in contrapposizione. C’è ancora chi ci crede, e per dirla con te il suo gusto non è “poco autentico”, ma autenticamente formato sulla feticizzazione di questi stereotipi.

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    1. “Quindi in conclusione nessuno è libero di essere se stesso”. A me pare proprio un’imposizione. Io sono libera di essere me stessa, ma non posso esimermi dall’essere condizionata dalla società e dalle sue pressioni, come è insito in QUALUNQUE cultura umana. Per me, la vera libertà sta nel trovare l’equilibrio tra le mie esigenze espressive personali e quello che il mondo si aspetta da me, come femmina e non solo. È utopia pensare di vivere COMPLETAMENTE liberi. Anche perché l’esigenza di modificare il proprio corpo, anche dolorosamente vedi tatuaggi, esiste da sempre. Sempre.

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      1. Purtroppo noi donne abbiamo un bel fardello di condizionamenti aggiuntivi rispetto agli uomini. Il controllo che abbiamo sempre subito e che attualmente subiamo non è una mia fantasia. E in occidente ancora ci va di lusso, sembra autentica libertà rispetto ad altre culture pesantemente repressive. Ti consiglio la lettura de Il Mito della Bellezza, di Naomi Wolf, è un libro meraviglioso che ogni donna dovrebbe leggere.

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      2. Ce ne sono di condizionamenti, anche per gli uomini, purtroppo, le concezioni patriarcali nuocciono gravemente a tutti, sull’aspetto per fortuna le linee stanno sfumando, possono, talvolta devono anche loro depilarsi, ma i gusti femminili sembrano molto variegati ed adattabili a riguardo e le estimatrici del pelo di fanno sentire (:.
        E’ tollerato il vestire casual non sciatto, ma per una donna sono cadute le barriere su cosa può indossare e, tagliati sulla propria fisionomia ci sono versioni adatte di ogni capo originariamente maschile che diventa quindi unisex. Molto meno per gli uomini in fatto di gonne, trucco e maglie scollate, anche se ora se ne vedono molto di più. E’ sempre un condizionamento che chiede di cambiare un proprio eventuale gusto in questa direzione. Ma poi non è così disprezzato, se portato bene e con gusto, nemmeno lo smalto, ma i più conservatori storcono decisamente il naso davanti a tali sperimentazioni al di fuori delle convenzioni di genere, confondendo l’identità di genere con le norme ad esso associate :).
        Un vantaggio? Può al limite avere l’accezione negativa di curarsi più di quanto richiesto, nella peggiore delle ipotesi, basata sul presupposto che una donna non apprezzi tali dettagli e non li legga come maschili ed un semplice modo di sottolineare i tratti. Mentre la peluria, per chi non la tollera in una donna ha una accezione di sciatteria, molto condannata. Non so però chi rischi di più colpi in strada :D, ovviamente da altri uomini, alle 4 di notte.

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  3. Paolo, confermo il mio pensiero. I condizionamenti sociali sono confezionati bene e non li percepiamo tali. Questo in particolare è un gigantesco business. Infine, come diceva Goethe, nessuno è più schiavo di colui che si ritenere libero senza esserlo.

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  4. A 7 anni ho detto a mia madre di non comprarmi più gonne perché le trovavo scomodissime. Non mi sono mai truccata, non mi depilo le gambe, al massimo schiarisco un po’ i peli, anche perché non ne ho moltissimi e concentrati solo sulla tibia, rado solo le ascelle, non possiedo scarpe col tacco. Tutto ciò non mi ha provocato isolamento sociale, anzi e dal punto di vista sentimentale non mi sono mai mancati i pretendenti (uno l’ho sposato). L’importante è star bene con se stessi.

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  5. trucco, parrucco e – come nel caso di Penelope Cruz, ben riusciti – interventi di chirurgia plastica. Quasi tutti, ma le donne veramente in massa, passate sotto ai ferri di un brillante chirurgo.
    Minimo il naso, poi il resto.

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  6. Anche se in gran parte condivido, c’è una frase che mi fa rabbrividire: “una identità sessuale che non ci spetta di diritto per quei due cromosomi XX”.
    Capisco cosa volevi intendere, ma stai ignorando completamente l’esistenza delle persone intersex, trans, non binarie.

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