Prostituzione. È «stupro a pagamento»

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Henri de Toulouse-Lautrec

«La verità è che la natura della prostituzione trasmette all’atto sessuale un sapore troppo disgustoso, troppo spregevole e troppo legato all’umiliazione, per permettere a una qualunque forma di sano divertimento di manifestarsi» (Rachel Moran, ex prostituta autrice di Stupro a pagamento).

La prostituzione è senza ombra di dubbio una faccenda che riguarda tutte le donne, anche quelle che ne sono fuori:

“La prostituzione costituisce la più grave minaccia alla libertà, alla salute e alla promozione sociale delle donne, non solo di quelle intrappolate nella tratta degli esseri umani: di tutte le donne” (Risoluzione europea del 26 febbraio 2014, rif. Comunicato della rete abolizionista italiana per l’approvazione della legge sul modello nordico, Resistenza Femminista)

cover MoranSe volete farvi un’idea di cosa sia mettere a disposizione di sconosciuti la vostra vagina, il vostro ano e la vostra bocca, dovete leggere “Stupro a pagamento”: è un libro potente, che demolisce tutti i miti sulla prostituzione, oggi vademecum indispensabile in Italia per difendere la Legge Merlin. Pensavo che con Berlusconi avessimo toccato il fondo, invece  tra minacce alla 194, ddl Pillon e dichiarazioni sulla riapertura delle “case chiuse”, le donne italiane sentono venire meno le libertà conquistate in decenni di lotte femministe: martedì prossimo 5 marzo la Corte Costituzionale esaminerà in una pubblica udienza la costituzionalità della legge Merlin, quella che ha reso reato lo sfruttamento della prostituzione. È un reato che la Lega vuole trasformare in business per lo Stato, mentre tutto il mondo civile evoluto si sta orientando verso il Modello Nordico.

All’inizio di ottobre 2018 ho ascoltato dal vivo l’autrice di “Stupro a pagamento”, Rachel Moran, raccontare la sua esperienza nel prostituzione: sette anni da incubo, dai 15 ai 22 anni, sette anni di stupri subiti in cambio di denaro. Nelle pagine del libro non troverete desiderio, piacere e lussuria, ma solo devastazione e un profondo dolore esistenziale. Tutti dovrebbero leggerlo prima di parlare di “libera scelta” e “autodeterminazione” nella prostituzione. Racconta Moran: «L’arte di far venire un uomo il più rapidamente possibile (per quanto difficilmente questa possa essere considerata un’abilità) è stata una delle prime cose che ho imparato, per il semplice fatto che il tempo è denaro e più velocemente un uomo raggiunge l’orgasmo, più velocemente si può passare al successivo e ai suoi soldi». È evidente che la prostituzione non riguarda in nessun modo la sessualità e il desiderio delle donne; nel primo capitolo di “Alle donne piace soffrire?”, che trovate qui, racconto il momento tragico nel quale alle donne non fu più consentito vivere una sessualità libera, naturale, selvaggia: fummo divise in due classi, le donne per bene caste e dedite alla procreazione, e le donnacce, marchiate dallo stigma. La divisione forzosa è stata per 5.000 anni funzionale alla distruzione dell’Io Sessuale delle donne: il desiderio sessuale femminile soffocato nei matrimoni forzati/combinati, dall’obbligo coniugale di servizio sessuale e procreativo, come pure nel servizio sessuale a pagamento, nel continuum dello scambio sessuo-economico di cui abbiamo parlato nel precedente post.

L’appartenenza a una o all’altra categoria è sempre dipesa dalla morale imperante, che cambia nel tempo e nei luoghi. Giusto per dare l’idea della estrema relatività delle cose, oggi in alcuni luoghi del mondo sei una donnaccia non solo se ti prostituisci, ma anche solo se indossi i pantaloni; oppure puoi essere una poco di buono se non ti è stata rimossa la clitoride. Per 5.000 anni matrimonio e prostituzione ci hanno derubate del nostro corpo, e il furto non si arresta; anche oggi che le donne nel mondo Occidentale non hanno più bisogno di sposarsi per vivere, e quindi potrebbero uscire dalla logica del controllo, la loro condotta sessuale viene giudicata in base al numero di partner: sei una deprecabile troia se hai più di un uomo. Nel sexage, il sistema gerarchico che regola i rapporti tra i generi nel patriarcato, la reputazione delle donne è sempre lesa dalla loro esuberanza sessuale. Ovunque la donna tragga liberamente piacere dal suo corpo, lì fioccano i troia, a prescindere dalla presenza di uno scambio sessuo-economico. La morale imperante quasi ovunque nel mondo non accetta le donne siano le padrone del proprio corpo, come lo sono gli uomini. Invece fama e gloria per ogni sfrenato impollinatore.

Uno dei concetti più difficili da capire è che la prostituzione sia uno stupro a pagamento: si ammette che sia stupro solo per le vittime di tratta, dove le donne sono obbligate a vendersi; ma i clienti prostitutori, i virilioti, secondo voi si pongono lo scrupolo prima di infilarlo dentro una ragazzina africana o albanese?

Viriliota è un neologismo che identifica una persona con sessualità abusante, dove l’uomo è completamente incapace di provare empatia con l’individuo abusato (donna, uomo, bambine, bambini) ed esercita una “virilità idiota” che gode del controllo, del dominio, della relazione gerarchica abusante.

Poi ci sono le donne che “scelgono” di prostituirsi. Il libero arbitrio è un concetto molto sopravvalutato in ambito patriarcale. Per Rachel Moran fu “scelta” nella misura in cui era una ragazza senza tetto di 15 anni con una situazione familiare tragica; oppure, come racconta Paola Tabet in “Le dita tagliate”, la prostituzione in certi contesti è un “atto di ribellione”: in alcuni paesi africani le prostitute sono chiamate “donne libere” perché preferiscono prostituirsi che essere schiave di un marito al quale sono state vendute da bambine, che le picchia, le stupra e le ingravida a ciclo continuo, e sfrutta il loro lavoro agricolo come fossero bestie da soma; molti paesi africani hanno il primato della più alta fecondità del mondo, e questo naturalmente non avviene perché le donne africane desiderano avere 8 figli. Così scelgono il “male minore”. La prostituzione può essere anche “autodeterminata”, quando per la donna esistono altre opzioni di vita ma questa è scelta perché più remunerativa: deve essere però chiaro che il “consenso” ad essere abusate non elimina la natura intrinseca dell’atto, che rimane uno stupro a pagamento, per mancanza di reciprocità nel rapporto. È su questo che deve essere posto il focus.

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Henri de Toulouse-Lautrec

Nell’incontro del 9 ottobre scorso al Centro Donne, Rachel Moran ci ha invitate a immaginare, per esempio quando ci fossimo trovate in un bar, che a ciascuno degli sconosciuti uomini presenti fosse consentito accedere al nostro corpo per compiere qualunque atto sessuale, anche violento: lo scambio di denaro che compra il consenso compie la magia, un abuso diventa una lecita transazione commerciale. È questo che succede nella prostituzione: non si scelgono i clienti, non sono attraenti, puliti, educati, rispettosi e non pensano al sesso come ad uno scambio di piacere. Ritengono di avere comprato uso e controllo di voi, che siete solo un oggetto in affitto temporaneo, non una persona. Leggete qui i commenti dei prostitutori, e immaginate quale incubo debba essere trovarsi in intimità con individui del genere; il più delle volte sono consumatori di pornografia, e desiderano realizzare le fantasie di violenza che hanno visto subire alle attrici prostituite. Moran racconta che aveva ogni giorno dai 6 ai 12 clienti; uomini a cui interessa solo scaricarsi le gonadi dentro un pezzo di carne, una “tre buchi”, secondo il gergo. Nei bordelli della Nuova Zelanda le prostitute arrivano a turni di 17 ore. Provate solo a immaginare la vostra vagina, il vostro ano, la vostra bocca, che senza alcuna connessione con la vostra libido, sono riempite a ciclo continuo da estranei, uno dietro l’altro, che vi usano grazie al “nulla osta” del pagamento. Dice Moran:

«[…] uno dei pilastri che sorreggono l’industria del sesso: l’insistenza maschile a scaricare su un’altra categoria di donne perversioni che non potrebbero razionalmente mostrare ad altre donne nelle loro vite. In questo caso, le donne sono nettamente divise in rispettabili e immorali, in donne per bene e dissolute, in donne rispettate e in donne oltraggiate»

Donne di scarto, che proprio perché ritenute umane di serie B, possono maneggiare qualunque deviazione del cliente; perciò si tratta di uomini che apprezzano sommamente i “corpi di servizio”, e contemporaneamente disprezzano le prostitute come feccia dell’umanità, perché denigrare la prostituta è funzionale a nascondere la colpa dell’abuso e delle proprie perversioni. Per il prostitutore la prostituta è il tappeto sotto il quale nascondere il proprio sporco. E la mancanza di stima è ovviamente reciproca.

La prostituzione non ha nulla a che vedere con la liberazione sessuale delle donne (Moran definisce l’atto sessuale a pagamento «un supplizio»), anzi è esattamente l’opposto e per un semplice motivo fisiologico: per ottenere l’arousal femminile è necessario il rilassamento, l’orgasmo è possibile solo se l’amigdala (il centro cerebrale che governa paura e ansia) è stata disattivata. Secondo voi è possibile “spegnere il cervello” e lasciarsi andare con uno sconosciuto che paga per usare il vostro corpo, anche con violenza? Tutti i meccanismi sessuali femminili sono fortemente penalizzati dallo stress negativo, è fisiologico: nelle situazioni di allerta, quelle ritenute potenzialmente di “lotta o fuga”, il sistema nervoso simpatico del cervello rilascia adrenalina e catecolamine, che bloccano i sistemi ritenuti non essenziali, come quello sessuale e quello digestivo. La produzione di catecolamine è un riconosciuto fattore di disfunzione sessuale. Invece adeguati livelli di dopamina spingono la donna all’assertività, all’autostima, evitano che agisca a proprio danno, che si autodistrugga o si lasci manipolare e controllare, come accade invece quando si mette il proprio corpo a disposizione del desiderio di dominio di un prostitutore o di uno sfruttatore.

Racconta Moran dei suoi clienti «[…] era chiaro che raggiungevano il piacere, sul piano sessuale, proprio grazie all’umiliazione che mi infliggevano nel farmi sentire del tutto impotente, nel farmi sentire e capire che ero lì per un motivo e un motivo soltanto – usare il mio corpo come un ricettacolo per il loro sperma». E poi a proposito della violenza :

«[…] A quel punto lei sa [la prostituta, n.d.r.] con certezza che la violenza avverrà. Non teme il fatto che avverrà, teme il momento in cui avverrà, e l’allerta viene interrotta unicamente in quei momenti in cui lei vive quello che ha previsto».

Nessuna può godere in queste condizioni, è chiaro. L’unica cosa che la prostituta può fare è dissociare l’esperienza del corpo dalla mente: «[…] l’abilità principale del “lavoro” di una prostituta è quella di imparare a estraniarsi dal proprio corpo per il suo stesso bene» spiega Moran.

É risaputo che in genere un uomo arriva al climax in 4 minuti, mentre a una donna ne occorrono in media 16: è un miracolo se il partner che vi ama si occupa di questo divario, sia sul piano fisico sia su quello emotivo; figuriamoci quanto gliene frega del vostro godimento a uno che vi disprezza in quanto “troia che fornisce un servizio” in cambio di denaro. Quindi in genere il cervello delle prostitute non producono dopamina, l’ormone del benessere in seguito ad orgasmo, altrimenti non sarebbero costrette a ricorrere ad alcol, droghe e medicinali per sopportare i continui abusi sui loro corpi; la prostituzione non ha niente a che vedere con la liberazione sessuale«l’unica cosa da cui mi ha liberata la prostituzione è la mia condizione di senza tetto», dice Moran a proposito del mito della puttana felice, e rileva anche che «una delle verità che compongono questa esperienza è che gli uomini attraenti ingaggiano le prostitute molto più raramente di quanto non facciano gli uomini brutti. Mi piacerebbe sapere che reazione hanno avuto queste sedicenti puttane felici di fronte alla sensazione di repulsione fisica e sessuale che è sostanziale nell’esperienza della prostituzione».

È noto che le prostitute soffrono di Disturbo da Stress Post Traumatico e depressione, perché è questo che succede quando non fai sesso per il tuo piacere, ma per quello di qualcuno che sostanzialmente ti percepisce come un oggetto non umano, che tutto deve sopportare per fornire il “servizio” richiesto. Le prostitute diventano abituali consumatrici di valium e cocaina per sostenere la finzione. Si debbono anestetizzare i sensi. Invecchiano precocemente, vivono da emarginate dalle famiglie e dalla società, perdono spesso la custodia dei figli. Non è difficile da capire: il sesso consensuale è un’altra cosa, è quello del desiderio e del piacere per entrambi. Come si può pensare che una donna possa provare piacere nella condizione di prostituita? Il denaro compra solo il consenso e la messinscena, l’atto in sé rimane una violenza. Allora in questo quadro desolante di umana devastazione, come si può “organizzare” lo sfruttamento del corpo delle prostitute? Come si può pensare che non sia devastante per tutte le donne, dentro e fuori della prostituzione? La prostituzione dice Moran «Crea il punto di vista illusorio nelle menti maschili che le donne non siano esseri umani al pari degli uomini, ma soltanto delle portatrici ambulanti di un prodotto e che assolvano a un’unica funzione basilare, sia che ricevano o meno soldi in cambio, quella di essere usate come contenitori per lo sfogo sessuale maschile».

Moran distingue tre categorie di clienti: «[…] alcuni preferiscono credere semplicemente che lo stupro non sia stato commesso, che non sia implicito in quel contesto; poi ci sono quelli che sono consapevoli dello stupro ma, per incapacità o assenza di volontà, non permettono che questo fatto modifichi il loro comportamento; infine, ci sono quelli che sanno perfettamente che lo stupro c’è e ne traggono un enorme piacere sessuale».

Adesso che è chiarito che il sesso a pagamento non produce godimento nella prostituta ma viene da questa percepito come un supplizio disgustoso, se ancora avete difficoltà a capire che si tratta di stupro, provate a immaginare che ad un uomo piaccia girare con una mazza da baseball e riempire di botte il primo che incontra dietro l’angolo: spaccargli il naso, fargli saltare i denti, procurargli un bel trauma cranico. Ora immaginiamo che questa persona violenta che gode nel picchiare le persone incontri qualcuno che ha bisogno di soldi (per qualunque motivo: per mangiare, per pagare l’affitto, per rifarsi i denti, per comprare una borsa firmata o una vacanza alle Maldive) che si offre di essere picchiato e in cambio di denaro durante il pestaggio dirà pure «Oh, sì! Come godo!». Cosa otteniamo? Botte in entrambi i casi, violenza in entrambi i casi, un identico atto spregevole di aggressività e sopraffazione, solo che nel caso del pagamento non seguirà una denuncia, ma solo biasimo per la vittima delle botte, che se l’è cercata. Così succede nella prostituzione: il viriliota scompare, rimane solo la donna da stigmatizzare. Notare che se una prostituta viene picchiata, stuprata e derubata da un cliente viriliota, si tenderà a pensare che siano inconvenienti del mestiere e non finirà neppure sul giornale.

I riflettori non sono mai dove dovrebbero essere, su chi compra. Non esiste una condanna sociale, nessuno dice “porco viriliota!”, eppure il porco è solo lui. Non riesco proprio a vederla “porca” la puttana, io vedo una donna abusata e basta, anche quando è lei che “liberamente” ha scelto il suo male e con la sua sofferenza ha accumulato un capitale. Vedo soprattutto il porco viriliota, che disprezza le donne, che le vuole dominare e controllare, che non le considera persone ma pezzi di carne con tre buchi a sua completa disposizione. Che le recensisce come fossero piatti di un ristorante. Per questo anche in Italia, dopo il fallimento del modello regolamentista di Olanda, Germania e Nuova Zelanda che ha visto aumentare la tratta di esseri umani, peggiorare le condizioni di salute e ed economiche delle prostitute nei bordelli-lager, si dovrebbe adottare il “modello nordico”, come in Svezia, Francia, Norvegia, Islanda, Irlanda del Nord: emanare norme che puniscano i clienti, ma non le donne prostituite per le quali prevedere programmi di uscita dal mondo della prostituzione. Perché subire un abuso sessuale non può essere considerato un lavoro. Perché la prostituzione è nata per nuocere alla sessualità di tutte le donne.

«Il sentimento prevalente che si prova quando si riflette sull’esperienza della prostituzione è questo: la perdita. La perdita dell’innocenza, la perdita di tempo, di opportunità, di credibilità, di rispettabilità e la privazione spiritualmente devastante della capacità di entrare in contatto con il proprio sé» (Rachel Moran)

Non dimentichiamo anche che gli italiani hanno il triste primato del turismo sessuale nei paesi poveri, dove bambini e bambine sono stuprati in cambio di pochi spiccioli, e che questi individui di merda scelgono come meta dei loro viaggi proprio quei posti dove le persone si trovano in grave stato di necessità: turisti, ma anche piloti d’aereo, uomini d’affari, e purtroppo pure cooperanti delle Onlus. Dietro questi uomini abusanti, perché la quasi totalità è uomo, c’è una meschinità umana sconfinata della quale è necessario parlare con urgenza.

«[…] l’acquisto di esseri umani a scopo sessuale non si adatta ai parametri accettabili di comportamento umano» è perciò intollerabile che «quaranta milioni di donne e ragazze vengano usate nella prostituzione a livello mondiale […]». La prostituzione non è e non sarà mai un diritto femminista da difendere, ma un millenario abuso del potere patriarcale: non a caso è l’unico ambito che consente alle donne di guadagnare più degli uomini, perché da sempre il patriarcato ha concesso alle donne solo il finto potere legato alla loro sessualità, negando tutti gli altri, quelli veri.